Storie di donne: “La tenda rossa”

91duubslrzlQuando ho letto “Le Nebbie di Avalon” ero a un momento cruciale della mia esistenza. Avevo appena fatto la maturità e mollato un moroso dopo due anni – che quando ne hai diciannove sembrano tantissimi -, si approcciava l’università col suo carico di interrogativi e paranoie ed ero a Parigi.
Bam, colpo di fulmine, libro che chissà come mi ritrovavo sempre tra le mani, che ho riletto appena dopo aver finito l’ultima pagina, che ho ripreso decine di volte negli anni successivi fino alla grande delusione.
Quel libro mi parlava. Mi ci ritrovavo: l’impazienza di diventare qualcuno, le delusioni, i fallimenti… erano fenomeni che avevo vissuto o che sapevo avrei incontrato. Per questo Avalon per me è stato per anni un luogo sicuro, un rifugio nei momenti peggiori; per questo ha fatto così male non riuscire più a leggere la storia di Morgana senza provare disagio.
Ora ho trovato un romanzo che no, non va a riempire quel vuoto, ma mi dà la netta sensazione di sollievo, di guarigione.
“La tenda rossa” di Anita Diamant è tristemente quasi introvabile in italiano, sebbene non sia poi un libro così vecchio. L’ho letto in lingua originale senza aspettarne la traduzione perché c’era qualcosa – da qualche parte lì, in quarta di copertina, tra le recensioni di Goodreads – che mi suggeriva di farlo subito.
Perché anche adesso sono in un momento di transizione. I trent’anni, le responsabilità, la casa nuova, il “cosa voglio fare da grande” che incombe e non riesco a capire se grande lo sono oppure no… insomma, un classico, no?
Questo libro è arrivato quando ne avevo bisogno.
La storia è tutto sommato semplice: Dinah, l’unica figlia di Giacobbe, quella di cui la Bibbia parla a stento e solo come fattore scatenante delle vicende della sua tribù, racconta come sono andate le cose dal suo punto di vista. E non solo il suo: quello delle sue madri, sorelle tra di loro nonché mogli del patriarca – Leah che l’ha messa al mondo, Rachele che le ha insegnato le arti di levatrice, Zilpah e le sue visioni, la gentile Bilhah. E ancora la storia di Rebecca, l’altera, nobile e fredda madre di Giacobbe, e di Re-nefer, madre del grande amore di Dinah, e di Meryt, sua amica fino in fondo. Di altre, tante altre donne, tutte all’ombra della tenda rossa che dà il nome al romanzo: il luogo in cui le donne della tribù si riuniscono nei giorni del ciclo per raccontarsi storie, riposare e venerare le proprie dee.
La Diamant è ebrea ed è molto ferrata nella sua stessa mitologia; ha persino scritto svariati manuali sull’ebraismo moderno ed è abbastanza evidente, leggendone la biografia, che sia una persona religiosa. Eppure ciò che scrive trascende i limiti del culto. Prendere un personaggio chiave della Bibbia come Giacobbe e renderlo umano, estrapolarlo dal contesto mistico in cui è inserito, lo trasforma in nient’altro che una persona. Affascinante, intelligente, meschino e fragile: si arriva a odiarlo e a provare pena per lui, eppure in nessun momento ho percepito la narrazione come irrispettosa.
Sì, ci sono anche gli uomini: Giacobbe e Laban, nonno di Dinah e padre delle sue madri, l’amato Shalem e Benia, Giuseppe e tutti i suoi fratelli… ma la tenda rossa vive senza di loro, per quanto essi vi orbitino attorno.
Questo romanzo parla di donne alle donne, e non è una frase fatta. La moltitudine di personaggi femminili che ne popolano le pagine è viva, vera e per niente imbellettata. Leah ama sua figlia ed è sveglia e brillante, ma è anche prepotente e materialista. Rachele? Bella, affascinante ma capace di portare rancore per tutta la vita. Persino la quasi mitologica Rebecca è crudele e vanesia, eppure potente, e la povera Ruti, l’ultima moglie del vecchio Laban, viene spesso maltrattata dalle altre donne, che convivono con il senso di colpa per non essere state capaci di includerla. Non ci sono sante o eroine in questa storia, solo persone con un sacco di difetti. La cosa meravigliosa, però, è che questi ultimi – e parliamo di reali aspetti negativi, non di piccoli capricci da diva – non impediscono a nessuna di esse di trovare l’amore. Non però quello del “principe azzurro” (che qui non c’è proprio, da nessuna parte, anche a cercarlo col lanternino): quello delle altre donne, delle nostre sorelle che nonostante tutto ci tengono per mano e ci accompagnano durante la vita.
Quella di Dinah, di vita, è tutt’altro che semplice. Prima bambina che vuole diventare donna, curiosa e ingenua e un po’ relegata ai margini di una società fatta di madri – e quindi donne adulte che vivono l’esclusività della tenda rossa – e di uomini – un piccolo esercito di fratelli assortiti nati dalle quattro madri. Poi gettata nel mondo adulto in un lampo di gioia che si tinge subito di sangue… insomma, c’è poco da spoilerare, la storia è quella raccontata nella Bibbia, ve l’ho detto, con un twist. Shalem non la rapisce e violenta ma è lei a sceglierlo, causando una faida tra le famiglie che culmina col massacro del principe canaanita e della sua stirpe e la fuga di Dinah.
Via dal passato, dalle madri che soccomberanno alla disperazione, all’età o alle minacce del parto, con una maledizione sulle labbra: Giacobbe e i suoi figli pagheranno per quanto hanno fatto.
E così è, perché i figli di colui che si farà chiamare Israele per allontanare la maledizione – senza riuscirci – troveranno la rovina e venderanno Giuseppe agli egizi… ma questa è un’altra storia. Viene narrata, certo, ma non è centrale: all’inizio questo relegare la leggenda che conoscevo così bene alle ultime pagine mi ha spiazzata… insomma, è roba grossa, ci hanno fatto pure il film e tutto il resto. Poi però ho capito: non è di Giuseppe che stiamo parlando. È Dinah che racconta, Dinah che ha sofferto e attraversato amore e odio per approdare alla serenità e all’amicizia.
Pensateci: quanto è difficile, in un romanzo commerciale, trovare raccontata la vera amicizia tra due donne? Quante volte i personaggi femminili sono rivali, oppure accostati senza approfondirne il legame? “La tenda rossa” dedica ampio spazio a questi sentimenti ed è meraviglioso. E non solo: il sesso, la maternità, lo strazio della nascita e della perdita, le mestruazioni… tutti temi che se vengono raccontati spesso lo sono sottovoce, con perifrasi e dico/non dico. Qui no, è tutto normale, è parte della vita e non c’è nulla di vergognoso in questi argomenti. Una boccata d’aria fresca, davvero.
La vicenda è raccontata in prima persona da Dinah, che ci prende per mano fin dal prologo e ci fa sedere con lei davanti a un fuoco per narrarci la sua lunga vita.
Sono arrivata all’ultima pagina con le lacrime agli occhi e un mezzo sorriso in faccia. Tutto ha una fine ma forse no, perché continuiamo a vivere nel ricordo del prossimo e in quello che abbiamo lasciato al mondo. E insomma, dopo trecento pagine di patimenti e perdite e sangue è consolatorio avere un finale dolce, di una malinconia pulita e rassicurante.
“La tenda rossa” non è perfetto, ma non importa. Anche questo libro mi ha parlato e mi ha lasciato tanto. Leggetelo perché è molto più che una semplice, bella storia ricca di avventura.
Leggetelo perché a me ha lasciato la sensazione di guarire qualcosa che nemmeno sapevo stesse soffrendo.

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