Home is where the cats are – cronache di un trasloco

Dopo un paio d’anni in un appartamento condiviso con fauna di svariata natura – tra cui la protagonista di questo evento – e cinque in un loculocale in cui il bagno era ricavato in un angolo della cucina malamente delimitato da due pezzi di cartongesso giunge il momento, per la Valpur e il consorte, di levarsi di culo.
Anche perché a me Milano sta sul piloro, mi manca il verde e sono troppo contadinotta dentro per sopravvivere alla metropoli.

pozzetto
Mettetegli una parrucca rossa, gli occhialoni e TAAAAC, sono io.

Prima o poi scriverò un post su quanto sia snervante trovare una casa decente. Si va dai reflui tossici a sorpresa alle camere da letto con affaccio sopra alle discoteche.
Alla fine, comunque, salta fuori quella casetta proprio carina, abbordabile, col giardino e un vicinato dall’apparenza pacifica (e che suppongo sarà infestato da serial killer).
Qualche settimana di inscatolamenti, acquisti a caso – possiedo quattro lampadari ma nessuna scala con cui montarli – arriva il momento.
Ci spostiamo.

E trasloco fu. Il bilancio – sei piatti rotti, una tendinite, svariati stiramenti e dita peste – è positivo, ma spero passino almeno dieci anni prima del prossimo perché non ne uscirei viva.
Non per altro, eh, ma I GATTI.
I gatti sono comprensibilmente l’ultimo carico da spostare.
Sabato il vecchio appartamento viene spogliato di ogni mobilio a parte il letto-catorcio.
Condizioni generali: un Victor appallottolato sotto al letto con occhi pallati e sguardo smarrito, una Guercia spalmata contro al muro, confusa.
Passo la notte in preda all’ansia (no, non è vero. Ho passato l’ultima settimana in preda all’ansia) al pensiero dello spostamento felino, e alla fine giunge il momento.
Domenica pomeriggio si torna un’ultima volta a casa con la consapevolezza che one shot one kill o non li si becca più. La Guercia, soprattutto.
Ingredienti: due umani, due gatti traumatizzati, un trasportino grande e uno piccolo. Facile intuire chi dovrebbe stare dove.
Pronti via, si entra in casa e BAM! afferro la Guercia che, tesoro, si fa tutta molle e si lascia sollevare. A questo punto sembrerebbe impresa facile: basta calarla nel trasportino tenuto in verticale e AHAHAH scherzone. La Guercia, che non pesa più di due chili, si apre a stella marina e sfodera una forza spaventosa.

La mollo, si rintana sotto il letto, io mi faccio prendere dal panico e scoppio in lacrime perché “ECCO! ORA MI ODIERA’ PER SEMPRE!”

Guercia1
Io non posso tollerare che questa creatura non mi ami!
Nell’ora successiva altri quattro tentativi di immersione nel trasportino falliscono miseramente; la Guercia viene bandita in bagno e si fa un tentativo con l’*altro* trasportino, quello grosso, in cui comunque si incastra.
Niente da fare. Alla fine diventa una partita di biliardo con piccoli animali pelosi e la gatta viene pungolata dentro al trasportino con un tubo di cartone.
Victor, scemone, è faccenda più semplice. Peccato che rimanga solo un trasportino a misura di Guercia. L’unica soluzione è infilare il trasportino sul gatto – no, non viceversa: gatto tenuto fermo, trasportino-ino fatto scorrere in avanti.
Già qui ho perso vent’anni di vita, sei litri di sudore, la possibilità del paradiso viste le madonne che ho tirato e probabilmente anche la cittadinanza italiana causa eccesso di scurrilità.
I gatti vengono caricati sulla mia già stipatissima auto: un Victor sul sedile dietro in mezzo ai sacchetti della spesa, una Guercia sul sedile del passeggero.
Ovviamente – ça va sans dire – nel modo peggiore del mondo: con la grata girata verso di me.
Ho iniziato a sospettare un problema logistico quando, nel tentativo di cambiare marcia, avverto la netta sensazione di quattro artigli aggrappati alla manica.
ORRORE: le sbarre sono larghe, le zampe della Guercia CI PASSANO. In pieno.
Nel frattempo le vie di Milano si trasformano in tangenziale e la velocità supera i 100 km/h.
E io ho una gatta isterica attaccata al braccio.
Il tutto con un sottofondo di “MMMMOOOOOUUUUUWWWRR” proveniente da Victor, il gatto più scomodo del mondo. Che già di suo è una lagna, in più questa volta ha pure ragione di esserlo.
Mentre mi spuntano altri settantasei capelli bianchi e la mia aspettativa di vita cala di un altro lustro mi rendo conto con orrore che la Guercia sta evadendo. Evidentemente posseduta da Satana è riuscita a scardinare uno dei perni del trasportino e adesso ha ben DUE zampe fuori dalla grata. E ulula pure lei.

La cosa non è gestibile. Accosto in corsia d’emergenza pronta ad aggredire eventuali innocenti membri delle forze dell’ordine che possano sopraggiungere. Non accade per fortuna e almeno la fedina penale rimane intonsa. Giro il trasportino e lo incastro contro il cruscotto; la Guercia si rassegna o più probabilmente collassa e lascia perdere i tentativi di evasione.

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Per fortuna c’è chi è troppo scemo per ricordarsi di essere stato traumatizzato.
Il viaggio prosegue con un gatto che frigna, una gatta che ansima, una Valpur che piagnucola e si sente una merda fino alla destinazione.
Che sembra distare settecento km e invece è mezz’ora di macchina.
All’arrivo, con Victor in mano e un accenno di Parkinson, vengo accolta dal nuovo vicino e dalla sua pischerina Chiquita sul piede di guerra.
“Ah ma è un gatto? La scusi, la Chiquita è un po’ predatrice”.
Guardo quel chilo e mezzo di cane.
Soppeso i dieci chili di lince – scema, ma pur sempre lince – che ho in mano. Rido.
Penso sia isteria.
Un viaggio dopo l’altro i felidi vengono riposti in bagno e io crollo, tra una lettiera e una ciotola d’acqua, tra un Victor che come prima cosa cerca di lanciarsi nel cesso (e non sarebbe la prima volta) e una Guercia che si ritira sull’Aventino, ovvero dietro al bidet.
Ce l’abbiamo fatta. Bastano poche ore e i due famigli si ambientano. Due ore, mezzo chilo di crocchette del perdono (“Vi sto nutrendo! Dovete amarmi! Vi prego!”) e due cacche giganti.
Però ce l’abbiamo fatta.

E casa è davvero casa, adesso.

(RagaTTi, voi non lo sapete ancora, ma tra un mesetto arriverà qualcos’altro di piccolo, peloso e presumibilmente molto scemo ed entusiasta. Ci sarà di che ridere)