Solidarietà e nostalgia: la maturità

Sono quei giorni.
No, non sto parlando di uteri che esfoliano, ma di maturità. La bacheca di FB è piena di maturandi che si agitano, universitari che “va’ che dopo è peggio!”, gente che simpatizza e altra gente che ha ancora gli incubi.

Io, tutto sommato, non mi posso lamentare. Provo un certo affetto per i liceali sotto esame.

Al liceo andavo bene. Non che mi ammazzassi di lavoro, però riuscivo senza troppa fatica a portare a casa voti ottimi forse anche in virtù della mia notevole faccia da culo. Ero una brava studentessa, non particolarmente disciplinata (diciamo che mi facevo i beati cazzi miei a lezione ma senza disturbare il prossimo) ma abbastanza brillante da non creare problemi.
Ottimi voti in tutte le materie… a parte il greco scritto. Sì, sono una sopravvissuta al Liceo Classico; il ginnasio è stato tutto sommato gestibile e i miei sette-otto me li guadagnavo, ma dal terzo anno qualcosa si è inceppato. Voti eccellenti all’orale – anche in grammatica – corrispondevano a sangue e sudore per arrivare al sei negli scritti. Navigavo con astio crescente sul cinque e mezzo. Che voto di merda è, il cinque e mezzo? Dammi cinque. Dammi sei. Fammi inginocchiare sui ceci, che ne so, ma il limbo del “quasi sufficiente” è un’agonia che non raccomando a nessuno.
Com’è come non è, a un certo punto mi son detta che non valeva più la pena di sbattersi particolarmente, e quindi le mie versioni hanno assunto tratti di puro nonsense. Analizzare la costruzione delle frasi? E perché? La vecchia che tira la tegola in testa al re Ciro non ha comunque senso – va bene, sarà pure corretto, ma dai! Quindi traducevo parolina per parolina e poi riarrangiavo il tutto cercando una parvenza di logica. Che non c’era mai ma faceva molto ridere la prof. Santa donna, per fortuna che era una brava persona. Io mi sarei mandata a cacare per molto meno.

L’anno 2004 segna l’arrivo del rito di passaggio, delle Forche Caudine cui ogni studente arrivato in fondo alle superiori è costretto a sottostare.
Arrivo all’esame con una media più che buona e il massimo dei crediti possibili e immaginabili.

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Aspettative

Siccome era il mio periodo darkettone e, come detto qui sopra, non è che sprizzassi voglia di sbattermi da tutti i pori, la fatidica tesina verte sulle tombe e si traduce in un cartellone di cartoncino A5 spacciato per mappa concettuale con ricopiati in bella calligrafia i Sepolcri di Foscolo e una serie di foto stampate e incollate con la Pritt per i collegamenti. Thomas Gray e la sua Elegia Scritta in un Cimitero di Campagna, la tomba di Canova a Venezia e il Carme 101 di Catullo. Va’ che figata, va’.
(No, era ridicola, però per la mezz’ora di lavoro richiesto più che accettabile).
Avendo appunto la media dell’otto abbondante ho di che star tranquilla, e invece NO! Perché l’ansia è parte di me dal primo vagito.

Prima prova, tema. L’ultima cosa di cui preoccuparsi.
Ovviamente è subito panico.
Madreh impone una divisa d’ordinanza. E la maglia dei Cannibal Corpse no, e gli anfibi a giugno no, e il trucco sbavato nemmeno… e sticazzi, vado in jeans, magliettina azzurra e sandali scomodi come un cilicio. Praticamente una bestia di Satana invitata a un battesimo.

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Realtà

Il tema – uno sproloquio sulla bioetica e sulle colonne d’Ercole e non so cosa mi fossi bevuta quella mattina ma aveva senso ed è piaciuto – scorre senza problemi nonostante l’angoscia esistenziale. Il problema si pone all’uscita quando, con passo felino e agile mossa, la giovane Valpur tira un calcio allo spigolo metallico della bacheca e si apre un tallone; questo, aggiunto alle vesciche da scandalicilicio, non aiuta il buon umore.

Seconda prova.
Qui c’è di che soffrire, visto che era greco e io di greco era una sega. Anzi, ero una sega pure nell’essere una sega.
La mia classe – la terza B – in aula; i compagni della terza A in corridoio ricevono il plico prima di noi. La prof di matematica si affaccia e, di fronte ai nostri sguardi da cervo paralizzato dai fari del tir che lo sta per investire, sibila: “Ragazzi, è Platone!”.
Piovono madonne a grappoli.
Mi passa davanti tutta la vita: le aspettative dei miei genitori deluse, i nonni sconsolati, il cane che non mi rivolge più la parola, le doppie punte.
E poi arriva la botta di culo: la versione la conoscevo. Già tradotta (male), già portata in letteratura… sta di fatto che so cosa c’è scritto! Festa grande.
Ovviamente, essendo io una mentecatta, potevo non piazzarci un errore madornale nella prima riga? Eh no che non potevo. Errore che sospetto sia stato replicato da qualche compagno cui ho passato la versione, cosa confermata in sede di orale (ho negato l’evidenza ma nessuno mi ha creduto).
Ci portiamo a casa un tredici e sto.

Terza prova, ricordi confusi. In commissione capita educazione fisica, che uno dice eeeeh che figata, no? No, perché se questo permette sostanzialmente di levare una materia all’orale significa anche matematica E fisica in terza prova (oltre a latino, inglese e non ricordo quale altra materia). Matematica va insospettabilmente bene, fisica – in cui ero un asso – no, ma sticazzi, quattordici un po’ rubacchiato.
Nel bel mezzo della prova la mia astuzia da faina si rivela nel cercare di passare un bigliettino alla compagna più lontana. La prof di matematica segue la parabola con gli occhi e mi guarda come a dire “povera cara. Almeno sei simpatica, dai”. Io sfoggio la mia miglior faccia da culo e muoio un po’ dentro, ma la scampo.

L’orale! Finalmente! Finalmente davvero, perché è il quattro luglio, ci sono settantacinque gradi e sono la penultima di tutto l’istituto.
Il picco di adrenalina da maturità si è esaurito dopo mezz’ora di tema, quindi subentra lo scazzo primordiale. Questo, insieme al male ai piedi, fa sì che io mi affacci all’aula appena prima del mio turno dicendo: “Salve prof assortiti. Ho le vesciche sui piedi, vi spiace se faccio l’esame scalza?”
La prof di greco rotea gli occhi e “Hai fatto il cazzo che ti pareva per cinque anni, ci siamo rassegnati”.
La mia – ahahah – tesina viene pressoché ignorata salvo dal prof di filosofia, che passa venti minuti a ritagliare i bordi neri delle fotocopie e a disporli tutt’attorno al cartellone in guisa di necrologio. Probabilmente non ero la più scazzata lì dentro.
La farsa si articola in:
-Fisica che “scegli la domanda A o la B” e io scelgo la C perché quelle due robe continuavo a non saperle;
-Greco e l’ottusità di arrivare in fondo all’autore richiesto e continuare con quello subito dopo sul libro perché non è che ci fosse molto da dire;
-Inglese “Parlami di Tizio” “Scusi prof, ma Tizio chi è?” “E allora parlami un po’ di quel che ti pare che tanto l’inglese qui lo capiamo solo noi due”
-Storia e l’olocausto e io che mi ero studiata pure le note a piè di pagina per niente;
-Latino e il mio adorato Petronio, col prof che mi deve interrompere perché si stava facendo tardi.
Graziata di italiano e matematica perché nessuno ne aveva più voglia. Vago dispiacere.

Fine. Tutto qui. Massimo dei voti tutto sommato meritati in virtù di cinque anni di risultati soddisfacenti e via verso il tramonto glorioso.
Tramonto che si è poi rivelato essere un incubo fatto di biochimica, microbiologia e analisi 1, ma ehi, sono sopravvissuta pure a quello.
C’è speranza per tutti.

(E comunque le tracce del tema quest’anno erano fichissime e io sono invidiosa)

Caro recensore ti scrivo

Anton-ego-1Caro recensore ti scrivo perché ti conosco bene. Non per una questione di supponenza eh, è solo perché sono proprio come te.
Caro recensore ti scrivo perché abbiamo lo stesso hobby: giudicare le cose.
Che adesso non giriamoci intorno, è divertente, ci piace proprio farlo. Non tanto – o non solo, almeno – per consigliare il prossimo riguardo prodotti (in questo articolo libri, ma si applica a tutto, dai videogiochi ai prodotti per la manutenzione del decespugliatore) che ci sono passati tra le mani. Ci piace recensire perché possiamo avere l’occasione di sfogare quella parte di noi che freme dal desiderio di dare giudizi e che di solito ci tocca tenere sotto controllo. Lo si fa, in sostanza, perché ci permette di darci un tono mentre facciamo qualcosa di socialmente accettabile.
Caro recensore ti scrivo perché, come scrivevo qui, ho letto qualche recensione sulle recensioni. Recenception, in pratica.
E lo so, lo sappiamo entrambi che gli scrittori (tra cui con un certo disagio annovero anche me stessa) sanno essere permalosi o supponenti o convinti che l’unica critica buona sia quella positiva, ma a voler essere sinceri il fantomatico palo su per la cavità rettale dovremmo levarcelo anche noi quando diamo il nostro parere su un’opera.
Caro recensore ti scrivo perché ci sono tante cose che mi mandano in bestia quando si indossa toga e parruccone da giudice, soprattutto in caso di sentenza negativa.
Prendersela con l’autore o autrice è da mentecatti. Se non si conosce la persona in questione è semplicemente patetico, dà tanto l’impressione del litigio tra bambini che si conclude, in mancanza di argomenti, con “GNÈ GNÈ E TU PUZZI!”. Se lo si conosce è meschino perché è proprio una ripicca allo stesso livello di infantilità del caso precedente. Stesso dicasi in caso di valutazione positiva: “Un genio, ha solo diciassette anni e va’ cosa ha scritto!”. Ennò, se un libro è bello lo è e basta, non c’è la medaglia baby autore – nonostante quell’orrida ondata di cuccioli di fantasy dei primi anni Duemila, dove gli editori si appostavano fuori dai reparti di ostetricia per accaparrarsi l’autore più giovane sulla piazza.
Caro recensore ti scrivo perché devi sapere che detestare un’opera è un tuo diritto così come lo è esprimere questa tua opinione, ma puoi scegliere se farlo con classe oppure se fare la figura del buzzurro inacidito. Hai un grande potere, ricordati: la tua opinione è vera. Punto.
Se dici “quest’opera mi ha fatto sonoramente schifo” chi mai potrebbe criticarti? Sì, sì, lo so. Lo faranno. Se hai la sfortuna di trovare letalmente noiosa un’opera con una solida – e magari invasata – fanbase vedrai calare su di te la furia degli offesi, che in confronto le Erinni sono dei minipony al marzapane. Preparati e fatti un esame di coscienza: se il tuo giudizio è obiettivo (e per carità, ti scongiuro fa’ che lo sia, lascia stare i capricci o le stroncature per vendetta perché mi rovini il buon nome della categoria) proveranno a farti a pezzi ma questo non potrà cambiare ciò che pensi. Poi può anche darsi che qualcosa non ti sia piaciuto perché non lo hai capito, e qui sta a te ammettere le tue eventuali lacune o un errore di un autore poco chiaro.
Caro recensore ti scrivo perché è vero, esistono libri brutti. Libri scritti con stile sciatto o, che Nyarlathotep ce ne scampi, pomposi fino alla nausea. Storie banali o traballanti, grammatica zoppa.
Insomma, il classico librodimmerda. Gli scaffali, virtuali e fisici, ne sono pieni. Mi sa che ne ho scritti un tot pure io.
Esistono e sempre esisteranno, e tu hai, come dicevo prima, il pieno diritto di dire che non ti sono piaciuti. Però, caro recensore, fammi, facci e fatti un favore: prima leggili sul serio. Non dico fino in fondo, che come insegna Pennac è tuo diritto anche lasciare un libro a metà, ma abbastanza da farti un’idea di cosa hai tra le mani. Se poi a metà della quarta di copertina hai già la pellagra per lo schifo forse è il caso di lasciar perdere tutto, lettura e recensione. Il tuo fegato ti ringrazierà.
Caro recensore ti scrivo perché hai un potere notevole, ovvero la libertà di parola. Non aspettarti di essere apprezzato, non aspettarti i ringraziamenti dell’autore, che quello potrebbe benissimo non leggerti o decidere di ignorarti (nel bene e nel male!) o essere convinto che qualunque critica tu gli muova sia dettata dall’invidia o dal desiderio di distruggere il suo castello di sabbia. Sii onesto, solo questo ti chiedo.
Hai letto una ciofeca? Dillo. Spiega cosa non ti è tornato e ricordati che un apostrofo al posto sbagliato è un errore oggettivo, ma se quel tal modo di scrivere a te non piace è solo questione di gusti. Quindi hai un grande potere ma non sei dio (ho provato a mandare il curriculum per la posizione ma non mi caga nessuno perché “troppo qualificata”). E magari hai pure dei gusti cialtroni, anche questo un aspetto da tenere a mente con serena obiettività. Puoi benissimo dire che 50 sfumature ti è piaciuto di brutto, ma non che è un capolavoro indiscusso della letteratura mondiale.
Caro recensore ti scrivo perché lo so, fa salir la rabbia quando dedichi qualche ora del tuo tempo a un libro e poi salta fuori che è brutto, ma fatti una risata. Lo dico pure a te: cala cala, Merlino (cit.), perché non stai facendo qualcosa di così importante, quindi tanto vale farlo con ironia e divertirsi un po’ mentre lo si fa.
Sì, anche se lo si fa in maniera seria e coscienziosa.
Altrimenti, caro recensore, che gusto c’è?

(Not so) Unpopular Opinion – Game of Thrones (mi) ha rotto il cazzo.

 

Sono una di quelle che è approdata alle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco con qualche annetto di ritardo rispetto al mondo ma comunque in anticipo rispetto all’uscita della serie tv. Anzi, a dirla tutta ai tempi è stato proprio l’annuncio della serie a farmi prendere in mano i libri.
Gaso a mille! Epicità! DRAGHI! WOOHOO!
E adesso, a distanza di sei anni, mi trovo qui a mugugnare e borbottare perché, molto banalmente, la serie non mi piace più.
Ce l’ho con Martin e la sua mancanza di voglia – legittima quanto vuoi ma io rosico lo stesso – che gli farà, secondo me, mollare una saga a cui non è più interessato. Quasi ci spero, vista la scarsa qualità di A Dance with Dragons.
Ce l’ho con quei due cialtroni di Benioff e Weiss cui hanno dato un bel giocattolone e lo hanno rovinato (che poi suddetto giocattolone inizi a far schifo di suo è un’altra questione).
Ce l’ho molto di più con me stessa perché mi faccio paranoie riguardo al fisiologico mutare dei gusti, ma sorvoliamo.

Fino all’anno scorso il mio astio era ascrivibile alla mia natura di book purist scassamaroni. La quasi totalità dei cambiamenti fatti rispetto allo script originario mi ha fatto cadere le palle e il taglio di svariati personaggi mi irrita ancora adesso. Datemi Lady Stoneheart, datemi Arianne e nessuno si farà del male… forse, visto che la storyline di Dorne è quanto di più imbarazzante io abbia mai visto in tv. E io guardavo Pasión Morena.
Ragionandoci su, però, mi sono accorta che c’è dell’altro, soprattutto ora che i due media divergono e divergeranno sempre più.
La verità è un’altra ed è molto banale.
A me Game of Thrones sta sul culo. In ogni sua manifestazione.

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Cose Completamente a Caso

Il sospetto mi sarebbe dovuto venire fin dall’inizio. Per quanto abbia divorato e apprezzato immensamente i primi quattro volumi (parlo della versione in inglese, i ventordici opuscoli pubblicati da Mondadori con copertine al limite del criminale – TEMPLARI? Ma siamo seri? – non li considero) c’era già il sospetto che qualcosa non mi tornasse.

Per esempio il fatto che immancabilmente i fan favourite mi risultassero gradevoli come le emorroidi dopo la serata “Degustazione di habanero”.
Ho odiato Danaerys fin dal secondo capitolo, giusto il necessario per capire cosa ci facesse in quel libro. Odio il suo essere Ammerega Fuck Yeah che porta la Libertà e la Dragocrazia e odio che in realtà non sappia fare niente, odio il suo oscillare tra “sono la regina di stocazzo” e “sono una povera ragazzina che sta imparando l’arte di regnare”.
Dopo la fine del primo libro ho sviluppato un astio immane nei confronti di Arya, lo Stereotipo Deambulante di eroina inutilmente badass, priva di spessore, con un’evoluzione che in realtà è piatta e noiosa (ha passato quattro libri a dire di volere vendetta, a ripeterselo in maniera ossessiva e scusate, ma per tanto così mi prendo un cacatua e gli insegno a dire l’elenco dei morti).
Jon Snow semplicemente mi annoia fino alle lacrime, peggio dei capitoli di Davos o, giuro, di Bran. In cui ok, non succede niente, ma almeno non passano pagina dopo pagina a rompermi l’anima con le loro lagne.
Poi l’attesa snervante, l’emozione per l’uscita del nuovo libro! E, giusto quei tre-quattro giorni necessari per la lettura dopo, il suono riecheggiante dei coglioni che mi si sviluppano, si gonfiano e cadono rotolando via. Persino chi seguivo ancora con un briciolo di interesse – Tyrion – passa il tempo a remare e a contarsela su con gente a caso; Dany passa direttamente allo stadio di sasso coperto di muschio e sta lì a far niente.
Altro che chiudere le fila, qui si aprono millemila nuovi filoni narrativi a cui non riesco ad appassionarmi e non si quaglia nulla.
La serie tv, dal canto suo, ha retto egregiamente per le prime tre stagioni. Non perfette, ci mancherebbe, e con un adattamento spesso demenziale, però avevano il loro perché. Eppure anche qui ritrovavo i fastidi dei libri, aggravati dal fatto che, per dire, Emilia Clarke è un’attrice così agghiacciante che mi sale l’orticaria ogni volta che la vedo in video. Kit Harington non è da meno, ma sembra un cagnolino triste e mi irrita di meno.

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UER AR MAI DWAGUNZ? (Scusa Corinna, non ti volevo offendere)

 

E poi è arrivata la quarta stagione.
Ora, io ho un problema con le serie tv. Parto lanciatissima, mi innamoro della prima stagione e attendo con ansia la seconda. Questa di solito è all’altezza e mi conferma il fomento, ma già l’attesa della successiva si vena di inquietudine. La terza a volte funziona ancora, pur con qualche ammaccatura, ma poi arriva la quarta. E qui sistematicamente – come avevo fatto ai tempi anche con Lo Hobbit – io faccio i numeri per convincermi che è ancora una figata e che la sto guardando volentieri. Mi mento spudoratamente e ormai lo so, perché poi arriverà la quinta e io tirerò giù tutti i santi del paradiso abbinandoli a canidi e suini. Mi è successo con Downton Abbey, mi sta ricapitando molto tristemente con Vikings, ma Game of Thrones è ciò che mi ha fatto formulare la teoria.
La quarta stagione è l’ultima che ho guardato con soddisfazione, ma solo e unicamente per la presenza di Oberyn Martell. Fossi stata meno ingenua, ai tempi, mi sarei risparmiata di covare speranze per la storyline di Dorne dopo la sua morte.
Invece no. Ci ho sperato e ho picchiato la faccia contro QUESTO:

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Belline, eh, ma intollerabili quasi quanto i capezzoli sull’armatura.

Arrivata alla quinta stagione erano più le bestemmie che gli aggiornamenti facebook sulle puntate e ho capito che non era più cosa. Tutti quei difetti che in passato erano finiti in secondo piano, scalzati dall’entusiasmo, adesso mi nauseano. La CGI è brutta (e Dany che scappa sul drago è peggio di Atreyu su Falcor, ma che non ce li avete du’spicci in più?), i personaggi sono sempre più macchietta e persino Tyrion è diventato insopportabile, lo sviluppo psicologico viene costruito a cazzo di cane. E poi mi hanno mandato a vacche la storia di Sansa, l’unica di cui ancora mi importasse, sfruttando quel deprimente, orribile stratagemma dello “stupro per far andare avanti la trama” (che poi in questo caso manco va avanti, non è la molla di niente per Sansa che pora stella ha già sofferto abbastanza. Ma ehi, è una donna, quindi cosa c’è di peggiore che Rubarle La Sua Innocenza? Fncl).

È diventata troppo uguale a se stessa, GoT, troppo viscida e sghignazzante nel perpetrare i propri lati più trash e più – immagino – forti nella loro presa sul pubblico. Mi sento presa in giro, e non solo come lettrice che ormai si è rassegnata al fatto che carta e tv vadano su due binari diversi.

Però che faccio? La mollo e mi perdo una buona fetta di discussioni oltre ai riassuntoni del Dr. Manhattan? Mi autoescludo volontariamente dal fandom?
I Grandi Dubbi Esistenziali.
La sesta stagione ha appena debuttato e, pur essendomi spoilerata lo spoilerabile (grazie Fastwebdimmerda che ancora non mi hai messo la linea a casa e io non posso vedere le cose sull’internèt), il fomento non è salito. Rimane solo una continua, amara frustrazione per qualcosa che mi è piaciuto tantissimo e che ora mi ha lasciato solo la vena polemica.
Un po’ come quando ti molli col moroso prima dei vent’anni. Che lui all’inizio è tanto carino e magari popolare e ti risveglia i più bassi istinti e poi però ti accorgi che gli puzzano i piedi, che non sa cosa sia l’orgasmo femminile e in più ride in quella maniera così irritante che mannaggialclero ti incasso il naso in faccia a furia di cazzotti. Finché dura la cotta iniziale ci si passa sopra.
Poi vien voglia di passarci sopra ancora. A lui. In macchina. Ripetutamente.
E quindi mi sa che anche basta.

(Postilla: non vogliatemene, fan della serie. Sono solo invidiosa di voi che ne siete ancora innamorati: mi piaceva che GoT mi piacesse e provo un filo di nostalgia)

Home is where the cats are – cronache di un trasloco

Dopo un paio d’anni in un appartamento condiviso con fauna di svariata natura – tra cui la protagonista di questo evento – e cinque in un loculocale in cui il bagno era ricavato in un angolo della cucina malamente delimitato da due pezzi di cartongesso giunge il momento, per la Valpur e il consorte, di levarsi di culo.
Anche perché a me Milano sta sul piloro, mi manca il verde e sono troppo contadinotta dentro per sopravvivere alla metropoli.

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Mettetegli una parrucca rossa, gli occhialoni e TAAAAC, sono io.

Prima o poi scriverò un post su quanto sia snervante trovare una casa decente. Si va dai reflui tossici a sorpresa alle camere da letto con affaccio sopra alle discoteche.
Alla fine, comunque, salta fuori quella casetta proprio carina, abbordabile, col giardino e un vicinato dall’apparenza pacifica (e che suppongo sarà infestato da serial killer).
Qualche settimana di inscatolamenti, acquisti a caso – possiedo quattro lampadari ma nessuna scala con cui montarli – arriva il momento.
Ci spostiamo.

E trasloco fu. Il bilancio – sei piatti rotti, una tendinite, svariati stiramenti e dita peste – è positivo, ma spero passino almeno dieci anni prima del prossimo perché non ne uscirei viva.
Non per altro, eh, ma I GATTI.
I gatti sono comprensibilmente l’ultimo carico da spostare.
Sabato il vecchio appartamento viene spogliato di ogni mobilio a parte il letto-catorcio.
Condizioni generali: un Victor appallottolato sotto al letto con occhi pallati e sguardo smarrito, una Guercia spalmata contro al muro, confusa.
Passo la notte in preda all’ansia (no, non è vero. Ho passato l’ultima settimana in preda all’ansia) al pensiero dello spostamento felino, e alla fine giunge il momento.
Domenica pomeriggio si torna un’ultima volta a casa con la consapevolezza che one shot one kill o non li si becca più. La Guercia, soprattutto.
Ingredienti: due umani, due gatti traumatizzati, un trasportino grande e uno piccolo. Facile intuire chi dovrebbe stare dove.
Pronti via, si entra in casa e BAM! afferro la Guercia che, tesoro, si fa tutta molle e si lascia sollevare. A questo punto sembrerebbe impresa facile: basta calarla nel trasportino tenuto in verticale e AHAHAH scherzone. La Guercia, che non pesa più di due chili, si apre a stella marina e sfodera una forza spaventosa.

La mollo, si rintana sotto il letto, io mi faccio prendere dal panico e scoppio in lacrime perché “ECCO! ORA MI ODIERA’ PER SEMPRE!”

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Io non posso tollerare che questa creatura non mi ami!
Nell’ora successiva altri quattro tentativi di immersione nel trasportino falliscono miseramente; la Guercia viene bandita in bagno e si fa un tentativo con l’*altro* trasportino, quello grosso, in cui comunque si incastra.
Niente da fare. Alla fine diventa una partita di biliardo con piccoli animali pelosi e la gatta viene pungolata dentro al trasportino con un tubo di cartone.
Victor, scemone, è faccenda più semplice. Peccato che rimanga solo un trasportino a misura di Guercia. L’unica soluzione è infilare il trasportino sul gatto – no, non viceversa: gatto tenuto fermo, trasportino-ino fatto scorrere in avanti.
Già qui ho perso vent’anni di vita, sei litri di sudore, la possibilità del paradiso viste le madonne che ho tirato e probabilmente anche la cittadinanza italiana causa eccesso di scurrilità.
I gatti vengono caricati sulla mia già stipatissima auto: un Victor sul sedile dietro in mezzo ai sacchetti della spesa, una Guercia sul sedile del passeggero.
Ovviamente – ça va sans dire – nel modo peggiore del mondo: con la grata girata verso di me.
Ho iniziato a sospettare un problema logistico quando, nel tentativo di cambiare marcia, avverto la netta sensazione di quattro artigli aggrappati alla manica.
ORRORE: le sbarre sono larghe, le zampe della Guercia CI PASSANO. In pieno.
Nel frattempo le vie di Milano si trasformano in tangenziale e la velocità supera i 100 km/h.
E io ho una gatta isterica attaccata al braccio.
Il tutto con un sottofondo di “MMMMOOOOOUUUUUWWWRR” proveniente da Victor, il gatto più scomodo del mondo. Che già di suo è una lagna, in più questa volta ha pure ragione di esserlo.
Mentre mi spuntano altri settantasei capelli bianchi e la mia aspettativa di vita cala di un altro lustro mi rendo conto con orrore che la Guercia sta evadendo. Evidentemente posseduta da Satana è riuscita a scardinare uno dei perni del trasportino e adesso ha ben DUE zampe fuori dalla grata. E ulula pure lei.

La cosa non è gestibile. Accosto in corsia d’emergenza pronta ad aggredire eventuali innocenti membri delle forze dell’ordine che possano sopraggiungere. Non accade per fortuna e almeno la fedina penale rimane intonsa. Giro il trasportino e lo incastro contro il cruscotto; la Guercia si rassegna o più probabilmente collassa e lascia perdere i tentativi di evasione.

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Per fortuna c’è chi è troppo scemo per ricordarsi di essere stato traumatizzato.
Il viaggio prosegue con un gatto che frigna, una gatta che ansima, una Valpur che piagnucola e si sente una merda fino alla destinazione.
Che sembra distare settecento km e invece è mezz’ora di macchina.
All’arrivo, con Victor in mano e un accenno di Parkinson, vengo accolta dal nuovo vicino e dalla sua pischerina Chiquita sul piede di guerra.
“Ah ma è un gatto? La scusi, la Chiquita è un po’ predatrice”.
Guardo quel chilo e mezzo di cane.
Soppeso i dieci chili di lince – scema, ma pur sempre lince – che ho in mano. Rido.
Penso sia isteria.
Un viaggio dopo l’altro i felidi vengono riposti in bagno e io crollo, tra una lettiera e una ciotola d’acqua, tra un Victor che come prima cosa cerca di lanciarsi nel cesso (e non sarebbe la prima volta) e una Guercia che si ritira sull’Aventino, ovvero dietro al bidet.
Ce l’abbiamo fatta. Bastano poche ore e i due famigli si ambientano. Due ore, mezzo chilo di crocchette del perdono (“Vi sto nutrendo! Dovete amarmi! Vi prego!”) e due cacche giganti.
Però ce l’abbiamo fatta.

E casa è davvero casa, adesso.

(RagaTTi, voi non lo sapete ancora, ma tra un mesetto arriverà qualcos’altro di piccolo, peloso e presumibilmente molto scemo ed entusiasta. Ci sarà di che ridere)

IoScrittore: perché tentar non nuoce

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(Primo, doveroso atto di contrizione: il blog ha un po’ di ragnatele. Ora le tolgo, giuro)

Sarà che sono fortunata in amore, ma quando si tratta di concorsi, tornei, gare e scommesse ho una sfiga imbarazzante. Faccio testa o croce, scelgo testa ed esce ventidue. Cose così.
Questo dovrebbe rendere evidente lo spirito con cui mi approccio per la prima volta al torneo IoScrittore. Me lo sono visto passare sotto il naso negli ultimi cinque anni: contatti Facebook, amici, passanti che partecipavano e raccontavano storie che oscillavano tra l’orrorifico e il demenziale.
E siccome a me le cose orrorifiche e demenziali piacciono da pazzi eccomi qui.

Cos’è IoScrittore?
Penso lo si possa definire il più grande concorso nazionale gratuito di narrativa. È promosso da quel leviatano che è il Gruppo editoriale Mauri Spagnol, a cui afferiscono alcuni tra i miei editori preferiti (ciao, Corbaccio; ciao, Nord. Vi voglio bene nonostante tutto). Leggete due righe sopra e fateci caso: gratuito.
Le cose gratuite hanno sempre quel qualcosina in più, soprattutto perché non ci penso neanche a sborsare mezzo centesimo per pubblicare o per sfidare la sorte nella bolgia del mondo editoriale.
Gratis è bello.

Come funziona?
Ti iscrivi con largo anticipo – larghissimo se, come me, lo fai qualcosa come nove mesi prima dell’inizio del torneo. Una gestazione, praticamente. Ti scegli un nickname segretissimo, che devi essere in più anonimo possibile, e come prima cosa carichi l’incipit del tuo romanzo con relativo titolo, sinossi e genere.
Genere molto approssimativo, perché, per dire, l’horror non c’è. E vabbe’.
Nei due mesi successivi all’inizio del torneo questo tuo incipit verrà assegnato a un tot di lettori, partecipanti come te. Ciascuno dovrà valutare quindici testi e i trecento migliori (su quasi quattromila partecipanti, rido fino a dopodomani per quante chances non ho) passano alla seconda fase, ovvero la lettura del testo integrale.

Che si vince?
Gloria! Fama! Cappellini colorati e stelle filanti!
Ovviamente la pubblicazione con uno degli editorONI GeMS, ma gira voce che gli editor tengano d’occhio il brulicare di autori che partecipano a IoScrittore e peschino quelli che ritengono meritevoli, a prescindere dall’opinione degli altri lettori (che, mi dicono dalla regia, spesso è falsata da una certa fisiologica dose di disonestà à la “mors tua vita mea, quindi ti stronco a caso”).

Ma, direte voi, e avrete ragione nel dirlo, se sei così disfattista perché partecipi?
Non mentirò con fuffa tipo automiglioramento, far tesoro dei consigli altrui eccetera. Cioè, c’è anche tutto questo, non sono un mostro, ma il vero motivo è che a me piace giudicare le cose. Mi piace recensire, ho (quasi) sempre un’opinione non richiesta su tutto (invecchiando divento più saggia e ogni tanto ammetto pure io di non sapere da che parte girarmi, ma di solito si tratta di argomenti seri).
Quale occasione migliore, quindi, di un torneo come questo? Oh, poi modestia a parte son pure bravina a formulare i miei pareri, quindi qualcuno potrebbe persino essere felice di aver beccato me come critica.
Oppure odiarmi a sangue.
Dettagli.

Comunque! Oggi si aprono le danze. Mi sveglio stamattina sotto un’inattesa nevicata (marzo pazzerello e anche sticazzi però, io ieri ero in maglietta e oggi ho i Sami che pascolano le renne davanti a casa) e nella casella di posta mi ritrovo i quindici incipit da analizzare.
Non nascondo di aver provato un brividino di entusiasmo: ho proprio voglia di farla questa cosa! Sono altresì convinta che tutta questa gioia si spegnerà al primo “piuttosto che” usato a cazzo di cane, ma per ora mi godo il momento.
Momento che, lo ammetto, non è di aurea purezza: mai giudicare un libro dalla copertina, ok, ma se già nel titolo e nella sinossi ci riesci a mettere degli errori probabilmente hai scritto una cagata. Saranno preconcetti, ma tanto lo so di aver ragione.
Maniche rimboccate, Word caldo e pronto e si comincia. Stay tuned!
E comunque, davvero, meno male che sono fortunata in amore.

 

(Ma questo lo avete già letto? Fatelo! Dicono che incrementi del 27.5% le probabilità di trovare dieci euro per terra!)

10 motivi per cui non vorrei MAI vivere nel Medioevo

medievo
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Ogni tanto quando sono su Facebook mi capita di vedere nella timeline un certo tipo di immagini – talvolta di test – molto carini e sognanti.
“Sono nat* nel periodo sbagliato, il mio posto è il Medioevo!”
“Il logorio della vita moderna mi distrugge, sogno i fasti di un passato di eroi e ballate”.
“Cosa ci faccio io qui? Perché non posso cavalcare al fianco di Artù e dei suoi Cavalieri?”

Oggi siamo qui riuniti per riflettere su quanto tutto questo sarebbe una pessima, pessima idea. L’immaginario simil-medievale cui una caterva di (spesso brutti) romanzi fantasy ci hanno abituato può essere affascinante, ma sinceramente preferisco il presente.

(Oh, non sarò storicamente accuratissima. Se volete farmi le pulci però siete i benvenuti perché almeno imparo qualcosa di nuovo pure io)

1) Guardatevi allo specchio e sorridete. I denti sono tutti al loro posto, forse non perfetti, forse con qualche otturazione, ma sono lì e grazie a loro possiamo ingozzarci di torrone a Natale e aprire le bottiglie di plastica coi molari. Bene, ora dimenticateveli. Tartaro, carie, piorrea sono stati un classico per millenni. Mal di denti? Nessun problema, se le erbe non funzionano si toglie e ciao.
2) Saremmo morti. Forse non tutti, ma una buona parte sì. Personalmente mi hanno operata d’appendicite quando avevo diciassette anni, e solo centocinquant’anni fa ci avrei lasciato le penne. Se poi siete donne buona fortuna, visto che intorno ai diciassette-diciott’anni ci sarebbe toccato iniziare a sfornar figli (presto ma non prestissimo come in molti cercano di far credere) e il parto era una lotteria. Saremmo morte di emorragia, di infezione, di lacerazioni interne? E nostro figlio di cosa sarebbe schiattato tra i vari problemi respiratori, infezioni trasmesse da mammà o malattie infantili? Venghino siori venghino!
3) Io sono miope. Cieca come una talpa. La cosa non mi turba particolarmente: inforco i miei occhialoni o, se voglio far la splendida, mi caccio su le lenti a contato e vado via serena. All’epoca sarei stata a tutti gli effetti un’invalida (e ok, la miopia è sempre più frequente e gli occhiali esistono da secoli, ma dubito che sarebbero stati efficaci per chi è quasi ipovedente come moi). Quindi no, grazie, sto bene dove sto.
4) Vogliamo lasciar perdere la salute? Va bene, lasciamola perdere. Vi capita mai di salire in metro o di metter piede su un tram particolarmente affollato e maledire il vicino con l’ascella prepotente? Provate a pensare che quella sia la norma. Ok, in un ipotetico Medioevo/Rinascimento/whatever la puzza ci avrebbe accomunati tutti e forse non ce ne saremmo neanche accorti (vi ho mai parlato del mio dottorato di ricerca a base di merda di porco e spazzatura e di come mi abbia cancellato l’olfatto per anni?), però a me piace vivere in un mondo in cui esiste il deodorante. E il balsamo. Soprattutto il balsamo: avete idea di che delirio sarebbe stato avere i capelli ricci in un mondo senza balsamo? Rabbrividisco al solo pensiero.
5) Nel Medioevo non c’era il cioccolato. Niente patate. Niente pomodoro – il che significa niente pizza. E io ho ucciso per molto meno.

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Non posso vivere senza di te

6) Donne, solo due parole: il ciclo. Niente Tampax, niente assorbenti con le ali, coppette, nessun ibuprofene a darci conforto. Rileggete poi il punto cinque: niente cioccolato.
7) Il rischio di finire sul rogo è lì dietro l’angolo. In quanto donna capace di leggere e scrivere, con la lingua troppo lunga per il mio bene, la testa troppo dura e una vivace antipatia per il clero e tutti i loro amichetti di fantasia personalmente mi sarei trovata in piedi su un mucchio di fascine intrise d’olio prima dei quindici anni. E per molti di noi sarebbe stato lo stesso.
8) Il mondo sarebbe stato un posto lontanissimo e irraggiungibile. Siamo un popolo fortunato e abbiamo il privilegio di poterci spostare a piacimento – privilegio che, come molti altri, tendiamo a sottovalutare– ma fino a pochi secoli fa si nasceva e moriva nel raggio di pochi km. Metti che ti va male e nasci a Busto Arsizio, è una condanna terribile!
9) Il sesso era una cosa terribile. Non solo pericoloso per la salute (contraccezione? Blasfemia! Malattie sessualmente trasmissibili? Quasi una garanzia, nonostante qualche timido tentativo di preservativi) ma anche noiosetto. I preliminari non erano contemplati e l’orgasmo femminile non pervenuto. Le variazioni sul tema “lei sotto-lui sopra-chiudi gli occhi e pensa all’Inghilterra” erano peccato. Il fai da te? Peccato. L’omosessualità?… che ve lo dico a

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Niente gatti? Seriamente?

fare, peccato pure quella. Per fortuna almeno le cinture di castità sono una mezza bufala.
10) I gatti erano un male necessario. Tenuti con cacciatopi in campagna ma bruciati perché sospettati di essere in combutta col demonio (che idiozia. Loro sono il demonio, non hanno certo dei superiori negli inferi). Fino al ‘700 essere felini non era un grande affare. E voi vorreste davvero vivere in un tempo senza palle di pelo sul tappeto e segni di unghiate sui divani?

Ci sono anche degli aspetti positivi, per carità. Le gonnellone, la ciccia che piace, l’assenza di smog, la ceretta che anche no.
Però io mi tengo con gioia gatti, cioccolato e spazzolino da denti.

Il segreto che ti cambia da esordiente in romanziere

Sorgente: Il segreto che ti cambia da esordiente in romanziere

Un articolo davvero, davvero ben scritto (no, non il mio, il link qui sopra). Che fornisce spunti interessanti, nessuna formula magica ma tanto su cui riflettere.

Soprattutto questo:

Smetti quindi di scrivere, se lo stai facendo, la storia della tua vita, fosse questa esplicita o in parafrasi. Non pensare a te stesso, e se ti senti incompreso prendi un cane, fidanzati, scrivi un diario ma non mettere te stesso nelle pagine. Non è narrativa quella, è psicoterapia!

C’è qualcosa di male? No, assolutamente: che ciascuno scriva per i motivi che preferisce. Per trovare se stesso, per evadere, per diventare famoso, per rifugiarsi nel suo posto sicuro… va benissimo!
Il discrimine però potrebbe essere l’onestà di ammetterlo. Di concedere che forse – forse eh – al triste mondo malato non frega una fungia dei nostri drammi interiori. Il lettore vuole una bella storia, non una patina di poesia sulle nostre beghe personali.
Oddio, non che sia impossibile rendere avvincente la propria (cito) psicoterapia, ma è ancora più difficile che far appassionare un lettore a una vicenda avventurosa che pesca a piene mani dalla fantasia.
Si può scrivere in libertà, ma quando si arriva a considerare/desiderare la pubblicazione bisogna fare i conti con la realtà.
Non credo si tratti di un imbastardimento dell’arte. Che a dirla tutta mi fa anche un po’ ridere parlare di “arte” riferendomi a quello che per me (malata di scarsa autostima e incapacità di riconoscere i miei meriti) è un gioco, ma vabbe’. Il punto è che si scrive per se stessi e si pubblica per il prossimo, per condividere qualcosa che ha divertito noi e che pensiamo possa avere lo stesso effetto su qualcun altro.
E questo “qualcun altro” gioca secondo regole sue, non secondo le nostre.
Deal with it, testa alta , piedi ben piazzati per assorbire l’impatto e via che si affronta il mondo esterno.