“Harry Potter and the Cursed Child”: no, non ne avevamo davvero bisogno.

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[ATTENZIONE SPOILER A MANETTA]

C’era una volta – tanto, tanto tempo fa – tanto, davvero – una Giovane Valpur circa diciassettenne. Questa Giovane Valpur, col suo cuoricino ancora tenerello e fatto di sugar&spice invece che di catrame, astio e ansia, nel riprendersi dalla prima, cocente delusione d’amore si dedica dapprima alla visione, quindi alla lettura delle vicende di questo maghetto che si chiama Harry Potter. Correva l’anno duemilaepochissimo e l’Ordine della Fenice non si era ancora affacciato alle librerie.
Sarebbe accaduto di lì a qualche mese e avrebbe segnato l’inizio di una tradizione breve ma intensa: aspettare l’avvento del nuovo capitolo della saga, chiudersi in camera al buio con solo una lucina e una scorta di dolci e divorare pagina dopo pagina – in un inglese all’epoca ancora un po’ zoppicante ma pieno di zelo e buone intenzioni – l’intero tomo prima del sorgere del sole.
Begli anni. La passione non cala e si incastra saldamente tra le fibre dell’essere della Sempre Meno Giovane Valpur, nonostante quel filino di delusione per l’epilogo molto meh.
Flashforward: 2015. O 2016, chi si ricorda. Comunque la Decisamente Non Poi Così Giovane Valpur apprende, insieme al resto del mondo, che ci sarà un’ottava storia ambientata nel Potterverse, “Harry Potter and the Cursed Child”. Protagonista la nuova generazione, quella pletora di marmocchi dai nomi che viaggiano tra l’imbarazzante e l’inquietante (“Ciao, ti chiami come il preside che mi ha manipolato per metà della mia vita e come secondo nome hai quello dello stalker di tua nonna morta MA TRANQUILLO TI VOGLIO BENE”) (Questo in effetti spiega parecchie cose che vedremo più avanti) figli di genitori illustri.
Non un libro, occhio: uno spettacolo teatrale che ha debuttato in quel della perfida Albione a inizio giugno 2016. In quei giorni su Twitter impazza l’hashtag #keepthesecret, ovvero un invito a chi avesse assistito alla premiere a non divulgarne la trama. L’internet risponde con una sonora pernacchia e iniziano a leakare informazioni.
Informazioni
deliranti.
Inquietanti.
Si parla di una figlia di Voldemort cugina di Cedric Diggory che è tipo un Mangiamorte.
Le grasse risate proprio: non poteva che essere una farsa, un modo bizzarro per depistare i curiosi. Figuriamoci, robaccia del genere manco nella peggiore delle fanfiction con le
Mary Sue Kattyve coi capelli di colori improbabili e il sangue di unicorno!
L’interesse dura il giusto; c’è chi ci crede, chi no, chi preferisce soffermarsi sulla scelta di un’attrice di colore per Hermione. Quest’ultimo sembra essere il problema principale, la maggior fonte di flame e litigate online. Posto che la qui presente ritiene che il problema non si ponga – teatro e cinema sono due media diversi e quindi sticazzi per il casting, se hanno scelto una tal attrice sarà ben la migliore per quel ruolo – e posto che la Rowling dovrebbe riflettere un paio di volte prima di rilasciare dichiarazioni online – capisco che il volemosebbene è cosa buona e giusta, ma definire sia Emma Watson che
Noma Dumezweni come “perfette per Hermione” mi fa sorgere qualche dubbio su una delle due – se ne sono lette davvero di ogni; razzismo spudorato o mascherato da purismo letterario, elucubrazioni sull’incarnato di Hermione brandendo il catalogo Pantone…
Oh, sweet summer children. Ma davvero pensavate che fosse QUESTO il problema reale di The Cursed Child?
Folli.
Giunge, nel mentre, la fine di luglio e con essa la release ufficiale dello script di “Harry Potter and the Cursed Child” sotto forma di libro. Hype per me non pervenuto: me ne fregava pochissimo, al punto da ricordarmene giusto allo sbarco a Gatwick vedendo le pile di libri in aeroporto.
“Ma sì”, mi sono detta. “Leggiamolo”.
Ora so. Ora capisco: quel disinteresse, quel dimenticarmi dell’esistenza stessa dell’opera era un tentativo del mio inconscio di proteggermi.

Perché, signore e signori, “Harry Potter and the Cursed Child” è una delle ciofeche più improbabili che io abbia mai letto. Sono davvero allibita da tanta bruttezza: se avessi avuto delle aspettative non so cosa sarebbe successo! No perché quelle voci, quelle informazioni ridicole erano vere.
Erano.
Tutte.
VERE.

Ora, immagino sia cosa nota la mia discreta esperienza in ambito di
fanfiction. Mi piacciono le fanfiction brutte, trash e demenziali. Ma innanzitutto sono gratuite, sono scritte per divertirsi e non c’è dietro un’autrice più ricca di Queen Lizzie che ci caccia questo scempio in mezzo al canon!

Ma andiamo con ordine.
Nell’approcciarsi a “Harry Potter and the Cursed Child” occorre tener presente che non è un romanzo ma uno script: niente descrizioni, solo dialoghi e poca introspezione. E meno male perché la poca che c’è fa venir voglia di percuotere i personaggi con una putrella di ghisa. Non sarà quindi della forma che mi lamenterò.
Il dramma è la sostanza: la trama è inconsistente e in costante contraddizione con i sette libri precedenti (con strafalcioni anche grossi che vedremo più avanti), i personaggi sono nella quasi totalità (una singola eccezione) simpatici come le emorroidi dopo un’indigestione di cibo messicano. I vecchi sono più OOC che IC, i nuovi sono insopportabili e campati per aria.

Il sipario si apre – è proprio il caso di dirlo – con la stessa scena che ci aveva salutati alla fine dei Doni della Morte: siamo al binario 9 ¾ e Albus si appresta a iniziare Hogwarts. Ansia da prestazione, non voglio finire a Serpeverde, vai tra figliolo che ti voglio bene lo stesso, e comunque lo stalker di nonna morta era Serpeverde. Sta’ sinz penzier.
A bordo dell’Espresso Albus (non chiamatelo Al che mi si incazza, oh) fa amicizia con l’unico personaggio che non ho desiderato schiaffeggiare con lo scopino del cesso per tutto il libro:
Scorpius Malfoy. Poraccio, con un nome del genere non poteva che saltar fuori un disagiato, e infatti Scorpius è un piccolo nerd sfigatissimo e scodinzolante che tutti odiano perché – rullo di tamburi – pronti al primo WTF del libro? – girano voci che sia figlio di Voldemort.
Let that sink in.
Figlio.
Di.
Voldemort.
Che si sa, Draco a quanto pare aveva la conta spermatica bassa e quindi Lucius ha mandato indietro nel tempo mamma Astoria per farla ingravidare da Voldemort.
No, questo almeno per fortuna non è vero, ma direi che si inizia a intuire il livello di WTFaggine del tutto.
Già in questa prima scena compare la mia nemesi, il mio odio incarnato: Rose Weasley (ah, facciam finta che sia figlia unica, che tanto Hugo non viene mai neanche nominato. Idem per James e Lily jr. che vengono citati di sfuggita ma in realtà sono dei cartonati). La figlia di Hermione – della coraggiosa, egualitaria e battagliera Hermione – se ne esce con “Albus, non puoi sederti con lui, è un Malfoy! Che schifo! Dovrebbe avere una fila di sedili per quelli come lui bleah!”.
Rose che è sostanzialmente un pregiudizio ambulante, che dà retta ai pettegolezzi e diventa una bulla non riesco ad accettarla. Per fortuna Albus e Scorpius diventano amici (e già da pagina tre io tifavo per il limone che non c’è stato) (La Rowling è stata vigliacca in più di un senso e ne parleremo dopo) e il Cappello li smista entrambi a Serpeverde.
Qui parte il dramma. Albus ha i complessi di inferiorità e quindi inizia a odiare suo padre. Che nel frattempo è regredito ai quindici anni urlanti e scleranti dell’Ordine della Fenice, perché nel corso della storia fa e dice cose ORRIBILI (tra cui ammettere che a volte vorrebbe che Albus non fosse figlio suo o gridare in faccia a Sua Maestà Minerva McGranitt “Che cazzo ne sai tu di figli che non ne hai mai avuti”. Io ero sconvolta).
Gli anni passano in fretta e non ci si sofferma troppo: spettacolo teatrale, tempi contingentati eccetera. No problem.
La trama prosegue con Albus e Harry che si odiano sempre di più, Ginny non pervenuta, Ron che ogni tanto salta in scena solo per ricordare che esiste e altro nonsense assortito. Mamma Astoria muore e la cosa viene smaltita in tre righe, e ok che è uno script e non un libro, però insomma, così è davvero squalliduccio.
Il trigger per l’intera vicenda è la comparsa del vecchio Amos Diggory e della sua badante-nipote
Delphini (no ma bel nome anche tu eh). Amos chiede a Harry di tornare indietro nel tempo con la Giratempo scoperta in possesso di Theodor Nott per salvare Cedric durante il Tre Maghi. Harry ha un guizzo di buon senso e gli dice che dev’essere la senilità a parlare, ma accusa il colpo. Albus nel mentre fa amicizia con l’ultraventenne Delphi e i suoi capelli argentati e blu. L’odore di fanfiction si fa sempre più intenso ma andiamo avanti.
Delphi si offre di aiutare i due pischelli – Albus e Scorpius, il fido sidekick – a recuperare suddetta Giratempo: devono solo fuggire dall’Espresso di Hogwarts e correre in ufficio da Hermione – Ministro, lo sappiamo – che custodisce l’ultima Giratempo.
E qui piovono
WTF come se non ci fosse un domani. Prima la strega del carrello dei dolci si scopre essere un mostro secolare messo lì per impedire agli studenti di scendere dal treno; pare che i Malandrini e Fred&George ci avessero provato… ma non ha senso. Suddetta strega infatti è una creatura mostruosa con tanto di artigli affilati pronta a scagliarsi contro gli studenti; buttata lì così dopo sette libri non regge, soprattutto perché Albus e Scorpius non mettono in atto chissà che stratagemma. Si limitano a saltar giù dal treno e ciaone. Si rimane lì così, un po’ appesi, di fronte a queste trovate troppo facilone, diciamo pure stupide.
Stupidità che troviamo anche – incredibile – in Hermione. Hai un manufatto che doveva essere stato distrutto e cosa fai? Lo nascondi. In ufficio. Lasciando in giro millemila indizi e sciarade per far sì che venga trovato. Sbaglio o non ha senso? Così come è ridicolo far saltare fuori della Polisucco (ricordiamo, una delle pozioni più lunghe e difficili da produrre, con potenzialmente effetti indesiderati gravissimi) dal taschino di Delphi per permettere ai due ragazzi di infiltrarsi al Ministero.
Long story short, Albus e Scorpius iniziano a fare avanti e indietro nel tempo per cercare di:
-salvare Cedric;
-no, cazzo, se lo salviamo non nasce Rose!
-però aspetta, se lo umiliamo per non farlo arrivare in fondo alla terza prova si prende male e diventa Mangiamorte;
-aspetta aspetta stiamo incasinando l’universo.
Sì perché questi due deficienti viaggiano nel tempo un numero improponibile di volte, visitando ogni volta un universo differente e terribile: c’è appunto quello in cui Rose non è nata perché Ron è rimasto con la Patil e Hermione è diventata una professoressa acidissima perché zitella, c’è quello in cui ha vinto Voldemort e tutto invece che essere creepy e spaventoso è imbarazzante.
La Rowling – o più probabilmente i suoi coautori – fa un casino pazzesco con i viaggi nel tempo. Sembra di essere in quella puntata dei Simpson in cui Homer sbaglia a riparare il tostapane.
Saltabeccando tra un passato diverso e un futuro alternativo salta fuori che Delphi, nell’ordine:
-non è nipote di Amos Diggory;
-adesca i minorenni (è super inquietante il suo atteggiamento verso Albus, giuro);
-fa dentro e fuori da Hogwarts senza che nessuno si ponga il problema di un’ultra ventenne sconosciuta in giro per i corridoi;
è figlia di Voldemort e Bellatrix (chiediamoci tutti “ma quando cazzo l’ha partorita?”), allevata da Rodolphus Lestrange (che di preciso quando sarebbe uscito da Azkaban, visto mi risulta sia stato arrestato dopo la Battaglia di Hogwarts?) in quanto importantissima per una profezia che parla del ritorno di Voldemort (sì ma profezia fatta DA CHI? QUANDO? COSA?) e bramosa di conoscere il vero padre.

Dai, su. Vi lascio qualche minuto per immaginarvi il coito. Divertitevi. Una roba tipo l’hawkward hug a Draco alla fine dell’ultimo film ma senza vestiti.
Se avete finito di vomitare possiamo tornare a noi.
Da un lato abbiamo Albus e Scorpius che fanno cazzate, dall’altra i genitori che cercano di metterci una pezza. Delphi è tornata di nuovo indietro nel tempo fino al 1981 per uccidere Harry e “salvare” Voldemort dal rimbalzo dell’Avada Kedavra, facendosi da lui conoscere; i due pischelli la seguono e gli adulti fanno altrettanto.
Perplessi?
Ne avete tutte le ragioni. Come fanno Harry&Co. A tornare indietro? C’è solo una Giratempo, l’ultima, quella di Nott!
Ahahah. No.
Deus ex Machina! Yeeee! Draco fa un gioco di prestigio e salta fuori che aveva pure lui una Giratempo in soffitta ma figa eh, tutta d’oro, subacquea e coi brillantini.
No ma tranquillo, ha tutto perfettamente senso.
I nostri eroi si incontrano nel 1981, neutralizzano l’inutile Delphi e non salvano James e Lily senior perché far casino col tempo non è una buona idea. Duecento pagine e ci siamo arrivati finalmente.
In teoria – e anche in pratica perché basta prendere i libri e LEGGERE le prime pagine scritte chiaramente – a Godric’s Hollow, nel prosieguo della scena chiaramente mostrato nella storia, sarebbero dovuti saltar fuori anche Hagrid e Sirius ma niente, non pervenuti.
Il tutto finisce a tarallucci, vino, amore paterno, abbracci e testicoli che rotolano in lontananza.

Vi sembra confuso questo riassunto? Lo è perché tale è il materiale di partenza. Ho tralasciato qualche dettaglio per concentrarmi sul succo della trama, ma fidatevi, non migliora la situazione.
“Harry Potter and the Cursed Child” è problematico su settantordici punti di vista, ma dopo aver mostrato cosa non va nella trama mi soffermerò sulle due note più dolenti.
Innanzitutto i personaggi.
-I giovani sono, come dicevo, trascurabili se non antipatici. James, Hugo e Lily non compaiono, cosa strana perché andando a esaminare i primi tre anni di Albus a scuola avrebbe dovuto interagirci. Ma va bene, va bene, script e non libro, tempi ristretti, quello che volete, ma a casa mia questa si chiama pigrizia. Sciatteria. Scorpius è carino, è tenero e mi sta simpatico; forse i Malfoy sono l’unica nota positiva nell’intero romanzo. Albus è forzato, tormentato per forza, mai soddisfatto, mai capace di porsi obiettivi. È semplicemente antipatico e sono felice di non doverne leggere mai più. Rose è un problema grave per i motivi che ho già espresso. Al di là del suo essere “figlia di”, Delphi non è caratterizzata; è piatta, poco interessante sia come cattiva che come personaggio con cui provare a empatizzare. Lei e i suoi stupidi capelli e il suo tatuaggio pacchiano: non bastano gli accessori per renderti affascinante, cocca.
-I vecchi… dove sono? Tolto Malfoy che mostra di essere cambiato ed evoluto (è un buon padre e mostra di avere un cuore, anche se il cervello non è pervenuto. Una Giratempo in cassaforte per tutto quel tempo? Ma sei serio?) gli altri sono terribili. Harry è un padre inqualificabile, uno che regala al figlio maggiore il suo fichissimo Mantello dell’Invisibilità e al mediano la copertina sgualcita in cui è stato deposto davanti a casa Dursley. Lily si sarà beccata un fazzoletto usato, immagino. Io capisco tutto, l’essere orfano, il peso delle responsabilità… ma questo ritorno al peggio di sé, pronto a insultare chiunque tenti di aiutarlo o gli dica che forse non ha sempre ragione mi è risultato alieno, lo stridio di unghie sulla lavagna. Ron, il leale, coraggioso Ron che accetta di essere il secondo perché il suo amico ha bisogno di lui, si è trasformato in un minchione che fa battute fuori luogo e parla solo di cibo, proprio da miglior – no, anzi, peggior – tradizione ficcynara. La meravigliosa Hermione regge nella cornice dell’opera, nel “presente” effettivo in cui la vicenda si snoda e nella sua versione ribelle nell’universo alternativo “Voldemort vince”, ma la professoressa zitella è offensiva. In uno dei mondi possibili, ve lo ricordo, non sposa Ron che invece si riproduce con la Patil e Hermione rimane da sola diventando una stronza peggiore di Piton… e il tutto perché non ha sposato Ron. Tutto qui. Il suo valore come donna adulta è determinato dal rapporto con un uomo, non da ciò che è – intelligente, caparbia, geniale, pronta a tutto per chi ama – no, è Ron a renderla meritevole di stima. Lasciata da sola diventa una cafona. L’ho trovato ripugnante. A Ginny non va meglio: la combattente di fuoco dei libri (già smorzata e trasformata in noia a pedali nei film) diventa una mamma noiosa e lasciata in un angolino a far la calzetta o poco più. Era l’occasione per farle spaccare qualche culo ma non sia mai che si sottragga screen time all’eroe protagonista.
Gli altri della vecchia guardia, soprattutto Piton e Silente, sono stati piazzati lì per mero fanservice e per ricordarci che ehi, Piton era BUONO LUI AMAVA LILY ERA UN SANTO. No, non è vero, era un uomo di merda che ha rovinato l’esistenza a un bambino la cui unica colpa era di essere figlio delle persone sbagliate. Che poi si sia comportato da eroe è un dato di fatto, ma non facciamo passare Piton per paladino immacolato che anche no.

E adesso passiamo a un altro, immane problema di questo libercolo: queerbaiting. Albus e Scorpius hanno tutte le caratteristiche della coppia. Pagina dopo pagina ci vengono presentati come sempre più legati, spesso in maniera anche “imbarazzante” per loro stessi (sono molto “fisici” nel dimostrare il reciproco affetto). Hanno una bella relazione solida al cui confronto le cottarelle per Rose – da parte di Scorpius – e Delphi – brrrr, da parte di Albus – risultano slavate e messe lì giusto per far capire che oh, non sono mica ghei.
Ma che male c’è? La Rowling, con tutto il bene che le voglio, è una gran vigliacca che ha evitato accuratamente di inserire orientamenti sessuali diversi dalla palese eterosessualità nei suoi main characters, salvo pararsi il culo in corner a saga finita con “Silente è gay”. Ok, va bene, hai sbagliato una volta ma puoi rifarti, puoi regalarci uno spiraglio di arcobaleno in quest’opera nuova.
E invece niente. Scherzone. Tutti etero e amici come prima.

Vedete, “Harry Potter and the Cursed Child” non è solo brutto e pieno di buchi di trama. “Harry Potter and the Cursed Child” è fastidioso, è goffo e raffazzonato, pieno di ingenuità che mi aspetterei da una Valpur diciassettenne che scrive di quel Remus innamorato di Sirius che va a recuperarselo nell’Inferno Dantesco (giuro, l’ho fatto). Che mi aspetterei da noi fanwriter col gusto del trash o semplicemente giovani e naif e poco professionali.
Non dalla madre di quest’universo. Non dalla Rowling.
Non comprate questo libro, davvero.
Ci sono storie più belle lì fuori, mondi immaginari in cui il Potterverse è rispettato e trattato come merita.
Perché quest’ottava storia sarà pure canon, ma è così brutta che mi è venuto il reflusso gastroesofageo.

… e poi il problema era Hermione nera.
Bof.

Storie di donne: “La tenda rossa”

91duubslrzlQuando ho letto “Le Nebbie di Avalon” ero a un momento cruciale della mia esistenza. Avevo appena fatto la maturità e mollato un moroso dopo due anni – che quando ne hai diciannove sembrano tantissimi -, si approcciava l’università col suo carico di interrogativi e paranoie ed ero a Parigi.
Bam, colpo di fulmine, libro che chissà come mi ritrovavo sempre tra le mani, che ho riletto appena dopo aver finito l’ultima pagina, che ho ripreso decine di volte negli anni successivi fino alla grande delusione.
Quel libro mi parlava. Mi ci ritrovavo: l’impazienza di diventare qualcuno, le delusioni, i fallimenti… erano fenomeni che avevo vissuto o che sapevo avrei incontrato. Per questo Avalon per me è stato per anni un luogo sicuro, un rifugio nei momenti peggiori; per questo ha fatto così male non riuscire più a leggere la storia di Morgana senza provare disagio.
Ora ho trovato un romanzo che no, non va a riempire quel vuoto, ma mi dà la netta sensazione di sollievo, di guarigione.
“La tenda rossa” di Anita Diamant è tristemente quasi introvabile in italiano, sebbene non sia poi un libro così vecchio. L’ho letto in lingua originale senza aspettarne la traduzione perché c’era qualcosa – da qualche parte lì, in quarta di copertina, tra le recensioni di Goodreads – che mi suggeriva di farlo subito.
Perché anche adesso sono in un momento di transizione. I trent’anni, le responsabilità, la casa nuova, il “cosa voglio fare da grande” che incombe e non riesco a capire se grande lo sono oppure no… insomma, un classico, no?
Questo libro è arrivato quando ne avevo bisogno.
La storia è tutto sommato semplice: Dinah, l’unica figlia di Giacobbe, quella di cui la Bibbia parla a stento e solo come fattore scatenante delle vicende della sua tribù, racconta come sono andate le cose dal suo punto di vista. E non solo il suo: quello delle sue madri, sorelle tra di loro nonché mogli del patriarca – Leah che l’ha messa al mondo, Rachele che le ha insegnato le arti di levatrice, Zilpah e le sue visioni, la gentile Bilhah. E ancora la storia di Rebecca, l’altera, nobile e fredda madre di Giacobbe, e di Re-nefer, madre del grande amore di Dinah, e di Meryt, sua amica fino in fondo. Di altre, tante altre donne, tutte all’ombra della tenda rossa che dà il nome al romanzo: il luogo in cui le donne della tribù si riuniscono nei giorni del ciclo per raccontarsi storie, riposare e venerare le proprie dee.
La Diamant è ebrea ed è molto ferrata nella sua stessa mitologia; ha persino scritto svariati manuali sull’ebraismo moderno ed è abbastanza evidente, leggendone la biografia, che sia una persona religiosa. Eppure ciò che scrive trascende i limiti del culto. Prendere un personaggio chiave della Bibbia come Giacobbe e renderlo umano, estrapolarlo dal contesto mistico in cui è inserito, lo trasforma in nient’altro che una persona. Affascinante, intelligente, meschino e fragile: si arriva a odiarlo e a provare pena per lui, eppure in nessun momento ho percepito la narrazione come irrispettosa.
Sì, ci sono anche gli uomini: Giacobbe e Laban, nonno di Dinah e padre delle sue madri, l’amato Shalem e Benia, Giuseppe e tutti i suoi fratelli… ma la tenda rossa vive senza di loro, per quanto essi vi orbitino attorno.
Questo romanzo parla di donne alle donne, e non è una frase fatta. La moltitudine di personaggi femminili che ne popolano le pagine è viva, vera e per niente imbellettata. Leah ama sua figlia ed è sveglia e brillante, ma è anche prepotente e materialista. Rachele? Bella, affascinante ma capace di portare rancore per tutta la vita. Persino la quasi mitologica Rebecca è crudele e vanesia, eppure potente, e la povera Ruti, l’ultima moglie del vecchio Laban, viene spesso maltrattata dalle altre donne, che convivono con il senso di colpa per non essere state capaci di includerla. Non ci sono sante o eroine in questa storia, solo persone con un sacco di difetti. La cosa meravigliosa, però, è che questi ultimi – e parliamo di reali aspetti negativi, non di piccoli capricci da diva – non impediscono a nessuna di esse di trovare l’amore. Non però quello del “principe azzurro” (che qui non c’è proprio, da nessuna parte, anche a cercarlo col lanternino): quello delle altre donne, delle nostre sorelle che nonostante tutto ci tengono per mano e ci accompagnano durante la vita.
Quella di Dinah, di vita, è tutt’altro che semplice. Prima bambina che vuole diventare donna, curiosa e ingenua e un po’ relegata ai margini di una società fatta di madri – e quindi donne adulte che vivono l’esclusività della tenda rossa – e di uomini – un piccolo esercito di fratelli assortiti nati dalle quattro madri. Poi gettata nel mondo adulto in un lampo di gioia che si tinge subito di sangue… insomma, c’è poco da spoilerare, la storia è quella raccontata nella Bibbia, ve l’ho detto, con un twist. Shalem non la rapisce e violenta ma è lei a sceglierlo, causando una faida tra le famiglie che culmina col massacro del principe canaanita e della sua stirpe e la fuga di Dinah.
Via dal passato, dalle madri che soccomberanno alla disperazione, all’età o alle minacce del parto, con una maledizione sulle labbra: Giacobbe e i suoi figli pagheranno per quanto hanno fatto.
E così è, perché i figli di colui che si farà chiamare Israele per allontanare la maledizione – senza riuscirci – troveranno la rovina e venderanno Giuseppe agli egizi… ma questa è un’altra storia. Viene narrata, certo, ma non è centrale: all’inizio questo relegare la leggenda che conoscevo così bene alle ultime pagine mi ha spiazzata… insomma, è roba grossa, ci hanno fatto pure il film e tutto il resto. Poi però ho capito: non è di Giuseppe che stiamo parlando. È Dinah che racconta, Dinah che ha sofferto e attraversato amore e odio per approdare alla serenità e all’amicizia.
Pensateci: quanto è difficile, in un romanzo commerciale, trovare raccontata la vera amicizia tra due donne? Quante volte i personaggi femminili sono rivali, oppure accostati senza approfondirne il legame? “La tenda rossa” dedica ampio spazio a questi sentimenti ed è meraviglioso. E non solo: il sesso, la maternità, lo strazio della nascita e della perdita, le mestruazioni… tutti temi che se vengono raccontati spesso lo sono sottovoce, con perifrasi e dico/non dico. Qui no, è tutto normale, è parte della vita e non c’è nulla di vergognoso in questi argomenti. Una boccata d’aria fresca, davvero.
La vicenda è raccontata in prima persona da Dinah, che ci prende per mano fin dal prologo e ci fa sedere con lei davanti a un fuoco per narrarci la sua lunga vita.
Sono arrivata all’ultima pagina con le lacrime agli occhi e un mezzo sorriso in faccia. Tutto ha una fine ma forse no, perché continuiamo a vivere nel ricordo del prossimo e in quello che abbiamo lasciato al mondo. E insomma, dopo trecento pagine di patimenti e perdite e sangue è consolatorio avere un finale dolce, di una malinconia pulita e rassicurante.
“La tenda rossa” non è perfetto, ma non importa. Anche questo libro mi ha parlato e mi ha lasciato tanto. Leggetelo perché è molto più che una semplice, bella storia ricca di avventura.
Leggetelo perché a me ha lasciato la sensazione di guarire qualcosa che nemmeno sapevo stesse soffrendo.

Caro recensore ti scrivo

Anton-ego-1Caro recensore ti scrivo perché ti conosco bene. Non per una questione di supponenza eh, è solo perché sono proprio come te.
Caro recensore ti scrivo perché abbiamo lo stesso hobby: giudicare le cose.
Che adesso non giriamoci intorno, è divertente, ci piace proprio farlo. Non tanto – o non solo, almeno – per consigliare il prossimo riguardo prodotti (in questo articolo libri, ma si applica a tutto, dai videogiochi ai prodotti per la manutenzione del decespugliatore) che ci sono passati tra le mani. Ci piace recensire perché possiamo avere l’occasione di sfogare quella parte di noi che freme dal desiderio di dare giudizi e che di solito ci tocca tenere sotto controllo. Lo si fa, in sostanza, perché ci permette di darci un tono mentre facciamo qualcosa di socialmente accettabile.
Caro recensore ti scrivo perché, come scrivevo qui, ho letto qualche recensione sulle recensioni. Recenception, in pratica.
E lo so, lo sappiamo entrambi che gli scrittori (tra cui con un certo disagio annovero anche me stessa) sanno essere permalosi o supponenti o convinti che l’unica critica buona sia quella positiva, ma a voler essere sinceri il fantomatico palo su per la cavità rettale dovremmo levarcelo anche noi quando diamo il nostro parere su un’opera.
Caro recensore ti scrivo perché ci sono tante cose che mi mandano in bestia quando si indossa toga e parruccone da giudice, soprattutto in caso di sentenza negativa.
Prendersela con l’autore o autrice è da mentecatti. Se non si conosce la persona in questione è semplicemente patetico, dà tanto l’impressione del litigio tra bambini che si conclude, in mancanza di argomenti, con “GNÈ GNÈ E TU PUZZI!”. Se lo si conosce è meschino perché è proprio una ripicca allo stesso livello di infantilità del caso precedente. Stesso dicasi in caso di valutazione positiva: “Un genio, ha solo diciassette anni e va’ cosa ha scritto!”. Ennò, se un libro è bello lo è e basta, non c’è la medaglia baby autore – nonostante quell’orrida ondata di cuccioli di fantasy dei primi anni Duemila, dove gli editori si appostavano fuori dai reparti di ostetricia per accaparrarsi l’autore più giovane sulla piazza.
Caro recensore ti scrivo perché devi sapere che detestare un’opera è un tuo diritto così come lo è esprimere questa tua opinione, ma puoi scegliere se farlo con classe oppure se fare la figura del buzzurro inacidito. Hai un grande potere, ricordati: la tua opinione è vera. Punto.
Se dici “quest’opera mi ha fatto sonoramente schifo” chi mai potrebbe criticarti? Sì, sì, lo so. Lo faranno. Se hai la sfortuna di trovare letalmente noiosa un’opera con una solida – e magari invasata – fanbase vedrai calare su di te la furia degli offesi, che in confronto le Erinni sono dei minipony al marzapane. Preparati e fatti un esame di coscienza: se il tuo giudizio è obiettivo (e per carità, ti scongiuro fa’ che lo sia, lascia stare i capricci o le stroncature per vendetta perché mi rovini il buon nome della categoria) proveranno a farti a pezzi ma questo non potrà cambiare ciò che pensi. Poi può anche darsi che qualcosa non ti sia piaciuto perché non lo hai capito, e qui sta a te ammettere le tue eventuali lacune o un errore di un autore poco chiaro.
Caro recensore ti scrivo perché è vero, esistono libri brutti. Libri scritti con stile sciatto o, che Nyarlathotep ce ne scampi, pomposi fino alla nausea. Storie banali o traballanti, grammatica zoppa.
Insomma, il classico librodimmerda. Gli scaffali, virtuali e fisici, ne sono pieni. Mi sa che ne ho scritti un tot pure io.
Esistono e sempre esisteranno, e tu hai, come dicevo prima, il pieno diritto di dire che non ti sono piaciuti. Però, caro recensore, fammi, facci e fatti un favore: prima leggili sul serio. Non dico fino in fondo, che come insegna Pennac è tuo diritto anche lasciare un libro a metà, ma abbastanza da farti un’idea di cosa hai tra le mani. Se poi a metà della quarta di copertina hai già la pellagra per lo schifo forse è il caso di lasciar perdere tutto, lettura e recensione. Il tuo fegato ti ringrazierà.
Caro recensore ti scrivo perché hai un potere notevole, ovvero la libertà di parola. Non aspettarti di essere apprezzato, non aspettarti i ringraziamenti dell’autore, che quello potrebbe benissimo non leggerti o decidere di ignorarti (nel bene e nel male!) o essere convinto che qualunque critica tu gli muova sia dettata dall’invidia o dal desiderio di distruggere il suo castello di sabbia. Sii onesto, solo questo ti chiedo.
Hai letto una ciofeca? Dillo. Spiega cosa non ti è tornato e ricordati che un apostrofo al posto sbagliato è un errore oggettivo, ma se quel tal modo di scrivere a te non piace è solo questione di gusti. Quindi hai un grande potere ma non sei dio (ho provato a mandare il curriculum per la posizione ma non mi caga nessuno perché “troppo qualificata”). E magari hai pure dei gusti cialtroni, anche questo un aspetto da tenere a mente con serena obiettività. Puoi benissimo dire che 50 sfumature ti è piaciuto di brutto, ma non che è un capolavoro indiscusso della letteratura mondiale.
Caro recensore ti scrivo perché lo so, fa salir la rabbia quando dedichi qualche ora del tuo tempo a un libro e poi salta fuori che è brutto, ma fatti una risata. Lo dico pure a te: cala cala, Merlino (cit.), perché non stai facendo qualcosa di così importante, quindi tanto vale farlo con ironia e divertirsi un po’ mentre lo si fa.
Sì, anche se lo si fa in maniera seria e coscienziosa.
Altrimenti, caro recensore, che gusto c’è?

Tornare bambini al cinema: Il libro della giungla

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Ci sono film che fanno parte della nostra infanzia. Un botto di film Disney, per l’esattezza: sono venuta su a suon di repliche selvagge di Robin Hood, La spada nella Roccia, Aladdin e Il Re Leone.
Non che sia cambiato molto, col tempo: non ho mai smesso di (ri)guardare i classici e di aggiornarmi su quelli nuovi.
(*Inserire qui lungo rant su quanto sia PESSIMO FROZEN e il suo cazzo di pupazzo di neve e i personaggi che paiono usciti dalle Winx e quei minchia di troll che bho mi sale l’integralismo matematico*)

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Life goals: microwave Olaf

Ecco, Il libro della giungla non rientra tra i miei amori di gioventù. Non che non l’abbia guardato, capiamoci, e non che non mi piaccia, ma non è un evergreen come – per me – come non lo sono Peter Pan (di cui ho sempre detestato la trama e la faccia da schiaffi di Peter) o Dumbo (che dovrei guardare sotto acido per dargli una seconda chance).
Però… c’è un però.
Kipling, quel bastardo imperialista, ha scritto un libro che ha segnato la mia vita. Complici alcuni lustri di scoutismo la storia di Mowgli l’ho sentita e risentita un milione di volte. E sistematicamente ho pianto per la morte di Akela, ho avuto i brividi quando Shere Khan arriva alla pozza e sparge sangue nell’acqua dopo aver predato l’uomo, ho vissuto con autentica inquietudine la cattura da parte della Bandar Log e così via.
Potevo non andare a vedere il nuovo film? No che non potevo, e infatti ci sono andata.
Sicuramente vederlo in lingua originale sarebbe stato meglio (Idris Elba e la Scarlett da soli mi valgono l’intero cast) ma mi sono trovata davanti a una scelta: guardare il film sul tristanzuolo schermo del mio computer oppure su quella LANDA INFINITA DI MERAVIGLIA E FOTONI che è lo schermo gigante dell’Arcadia di Melzo? Col sistema audio nuovo che ti fa vibrare le budella? Direi che non c’è gara, anche se più avanti rimedierò e renderò giustizia al cast originale.
Devo dire che i doppiatori italiani fanno davvero un buon lavoro, soprattutto Servillo che è un Bagheera azzeccatissimo e la Mezzogiorno che come Kaa mi ha convinta appieno. Meh invece Violante Placido, non all’altezza della mia Lupita del cuore. Soprattutto perché Raksha è uno dei miei personaggi preferiti dell’intero romanzo (insieme a Won-tolla, che purtroppo non ha posto nel film. Ma un lupo più cazzuto di lui non c’è).
Il regista Jon Favreau ci riesce, prende un classicone dell’animazione Disney, ci mette gli animaloni in CGI e non fa una porcata. I panorami sono mozzafiato e, complice anche l’incongrua immensità dello schermo cinematografico, in qualche momento ho avuto seriamente le vertigini. È tutto così bello, così rigoglioso e pieno di vita in ogni angolo dello schermo – date tutti i premi del mondo ai jerboa! – che ho quasi rimpianto il (pur meraviglioso) 3D che mi ha tolto come sempre un po’ di definizione.
La trama è quella, c’è poco da girarci attorno, e pure quelle due canzoncine messe qua e là; i microcambiamenti nel testo sono stati piuttosto fastidiosi, questo devo ammetterlo. E anche il lupino che si chiama “Grey” (Christian, is that you?) e che per me sarà sempre e per sempre Fratel Bigio.
Se la trama la conoscevo prima ancora di arrivare nel parcheggio del cinema, però, il resto delle emozioni mi sono giunte nuove. Non per qualità ma per quantità: non mi aspettavo di avere gli occhi lucidi dopo dieci minuti, né che Shere Khan che irrompe nella Tregua dell’Acqua mi desse così tanto i brividi.
Il film poi non ha fatto benissimo alla mia vaga fobia delle scimmie. Quei dannati omini pelosi sono inquietanti già di loro, ma Louie è un mostro gigantesco e violento, pericoloso quanto Shere Khan ma ancora più brutale.
(Shere Khan che, sospetto, è fatto di carne, ossa e benzina, perché esplode quando cade nel fuoco. Questa scena, così come la fuga dei bufali, pesca a piene mani dal Re Leone e io un po’ ho goduto)
Gli animali sono fatti bene, davvero bene. Sono tutti grandi, enormi, addirittura a dimensioni variabili: si passa da un Baloo normalissimo grizzly (carino come la storia sua e di Baghee sia suggerita e sottintesa) che dorme serafico nella sua grotta a una montagna di pelo e muscoli mentre combatte. Lo stesso capita a tutti gli altri e se all’inizio mi sembrava una svista andando avanti l’ho considerata una scelta ragionata ed efficace.

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Baloo e Bagheera coppia dell’anno (e quand’ero pischella mica ci pensavo a ‘ste cose ma SONO BELLI)

Certo, non è un film perfetto. Sono rimasta delusissima dalla morte di Akela, scagliato via da Shere Khan a metà di una battuta ma senza lasciare lo shock della tragedia improvvisa. E ok, tutta la storia dei Dhole non era parte della trama e la straziante fine del vecchio capobranco non avrebbe mai avuto posto sulla pellicola, però insomma, a me i lacrimoni vengono lo stesso se ci penso. È un po’ infantile per certi versi, semplicistico… e sticazzi, dico io, perché in quella sala immensa sono tornata bambina di nove anni, impegnata a elencare tutti gli Ikki e i Rama e i Chil e i Rikki Tikki Tavi sullo schermo per badare a qualcos’altro.
Guardatelo. Da bravi.

(Mi rendo conto di non aver praticamente neanche citato Mowgli, ma diciamoci la verità: di Mowgli frega un po’ poco a tutti. Ci sono gli animali parlanti e insomma, a me questo basta e avanza)

Lungavista: il fantasy che volevo

[Spoiler come se non ci fosse un domani]

Ci sono quei libri che inizi a leggere e poi molli lì.
In alcuni casi è un addio per sempre con lancio parabolico e fuga precipitosa, come per esempio con Guerra e Pace (oh, io ci ho provato a farmi piacere la letteratura russa, ma non ce la posso fare). In altri casi – per fortuna numerosi – si tratta di un “no, grazie, non adesso”.
Robin Hobb e la sua Trilogia dei Lungavista ricade in quest’ultima categoria.
Iniziai a leggere il primo della saga quattro o cinque anni fa e mollai dopo un paio di capitoli infastidita dal fatto che il protagonista fosse un bambino che praticamente non parlava.
Che sciocca sono stata!

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Non male questa copertina, dai.

Ho ripreso in mano “L’apprendista assassino” durante le vacanze insieme ad altri due libri (uno brutto e uno bello) e ho capito quanto mi sono sbagliata.
La storia segue le vicende di FitzChevalier, figlio bastardo dell’erede al trono dei Sei Ducati. Sangue reale che non può essere riconosciuto ma che può essere usato per difendere il re: Fitz viene infatti reclutato e addestrato in segreto da Umbra, fratellastro del vecchio re Sagace, spia e assassino al suo servizio.
È vero, all’inizio Fitz è solo un bambino sperduto, lasciato alle cure del burbero stalliere Burrich. Fitz parla pochissimo, non sembra avere doti particolari a parte – piccolo dettaglio – la capacità di legarsi agli animali. Prima Nasuto, poi Ferrigno, infine un lupo: una magia antica e spesso guardata con orrore, lo Spirito, unisce Fitz ai suoi compagni a quattro zampe di cui condivide pensieri ed emozioni.
Ma avendo il sangue reale dei Lungavista Fitz possiede anche l’Arte, una seconda forma di magia molto più umana e ritenuta decisamente più nobile.
La trama della trilogia, a grandi linee, è semplice: il figlio minore di Sagace, Regal, vuole il trono e alla fine se lo prende. Fitz deve rovesciare l’usurpatore e al tempo stesso salvare il regno dalla minaccia dei Pirati delle Navi Rosse.

Da quant’era che non leggevo una saga fantasy? Anni. E da quanto non ne divoravo i capitoli uno di seguito all’altro? Ancora di più.
La Hobb mi ha riportata a quando avevo diciott’anni e sapevo immergermi nelle storie senza che la realtà mi distraesse.
Ho riso, ho pianto – quanto ho pianto! – e mi sono emozionata perché i personaggi sono meravigliosi. Quasi tutti, almeno.
Fitz, il protagonista, avrebbe disperato bisogno di qualcuno che lo avvolgesse in una copertina soffice, gli desse una tazza di tè e gli dicesse di star tranquillo perché andrà tutto bene. Davvero, io un personaggio così sfigato non lo trovavo dai tempi di Polly Anna. Soffre tantissimo e in mille modi diversi, dalla perdita degli amici al tradimento al puro dolore fisico. Subisce abusi terribili che mi hanno fatta infuriare: Galen, mago di corte in combutta con Regal, arriva a spingerlo al suicidio e non so esprimere l’odio che ho provato per questi due antagonisti così stronzi. Siamo ai livelli della Umbridge, e io la Umbridge la tirerei sotto in macchina.
Povero, disperato Fitz, costretto a essere forte anche quando non ne può più, capace di amare tantissimo e scemo come un ciocco di mogano perché se ne rende conto all’ultimo minuto. Mille volte ho voluto abbracciarlo e altrettante prenderlo a schiaffi (ogni tanto è di una stupidità abissale, ma posso capirlo: non ha più di vent’anni e ne ha passate di ogni, è giustificato).

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E brava Fanucci, che per una volta mostri buon gusto.

Burrich è straziante a modo suo, un uomo che ha sacrificato tutto – se stesso, la propria libertà, il proprio amore – per lealtà verso il padre di Fitz, il principe Chevalier, che non salirà mai al trono che gli spetta. Non è un personaggio semplice da amare perché è ruvido e brutale e può sembrare spietato nel suo crescere Fitz con lo stesso polso che userebbe con un cane disobbediente, ma dentro, sotto anni di silenzio e sbronze, c’è il cuore più grande di tutta Castelcervo. Anche per lui ho pianto leggendo “Il viaggio dell’Assassino”, perché c’è spazio per della felicità nel suo futuro e non osavo sperarci.
Umbra è Silente ma non fa neanche finta di essere buono. Geniale, saggio e spietato con i nemici tanto quanto con Fitz, cui nonostante tutto si affeziona, è una presenza costante e, giustamente, nell’ombra che però è impossibile ignorare. E quanti altri personaggi meravigliosi! Veritas (per cui ho pianto come una fontana, nonostante per due libri mi fosse importato relativamente poco di lui) e Kettricken e Sagace e dama Pazienza…
Ah, le donne. All’inizio del primo capitolo mi lamenticchiavo con me stessa per la carenza di personaggi femminili di rilievo. Molly, una ragazzina del borgo che diventerà poi l’amante di Fitz, mi era insopportabile e non ho cambiato idea: non è interessante, è spesso sgradevole e fa sempre troppo la dura, risultando semplicemente antipatica. Fitz è cotto di lei come può esserlo un ragazzino di sedici anni ma ho continuamente sperato che arrivasse qualcun altro a scalzare Molly dal suo cuore e dal suo letto. E invece no.

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Insomma, posso sperare in una ventata di copertine carine…

Anche in questo, comunque, mi sono ricreduta. Pazienza – la moglie di Chevalier, un tempo regina-in-attesa – all’inizio è mostrata solo come una donna sola, eccentrica e un po’ fulminata, Kettricken solo come una principessa un po’ ingenua. Entrambe però mettono su la corazza una pagina dopo l’altra, e non solo metaforicamente, arrivando a farmi dispiacere per il poco spazio che Pazienza ha avuto nell’ultimo libro. Pur se solo riportata, comunque, la scena in cui riesuma e lava il cadavere di Fitz (sì, c’è anche un “sono morto ah no scherzavo” ma ha perfettamente senso ed è bellissimo) spezza il cuore e mi ricorda in qualche modo la Pietà di Michelangelo. Persino Trina, la dama di compagnia, o Poiana, la maestra d’armi, sono perfette nella loro semplicità, e in generale la Hobb crea un mondo in cui donne e uomini hanno pari diritti e pari opportunità.
Ma i miei personaggi preferiti in assoluto non sono uomini né donne. In un caso non sono nemmeno umani.
Il Matto è il buffone di corte, una creatura albina e minuta che parla per enigmi spesso sboccati e sembra sempre sapere più di quanto mostri. E infatti è così: né maschio né femmina, a stento umano, di certo carico di mistero, è portatore di oracoli e di guai. Il contrasto tra il piglio da giullare e la delicatezza del suo animo d’artista è forse uno dei dettagli più raffinati dell’intero ciclo: quando diventa vittima di Regal – che sembra non essere capace di rispettare ciò che è bello e puro – i suoi lividi e le sue ferite fanno ancora più male.
E poi c’è lui, Occhi-di-Notte, che mi ha rubato il cuore. Un lupo salvato da Fitz quand’è poco più che un cucciolo mezzo morto di fame. Ultimo legame dello Spirito, quello più potente, quello definitivo: è grazie a Occhi-di-Notte che Fitz torna dalla morte. Ma questo non ha importanza, perché il lupo è un personaggio da pelle d’oca: la Hobb rende evidente che non sia umano nei suo pensieri, nel suo ragionare solo in termini di qui e ora, di sensazioni intense ma poco logiche. Eppure più passa il tempo e più il legame con il suo umano lo cambia, lo rende capace di pensare al futuro, meno spensierato e profondo. Fitz perde per due volte il suo compagno animale – il segugio Nasuto gli viene portato via (e io ho creduto fosse morto per tipo quattrocento pagine ed è stato orribile), il terrier Ferrigno viene ucciso (no, seriamente, se fosse morto un altro animale sarei andata a piangere sulla porta della Hobb chiedendole “Perchéééé?”) – e per due volte si promette di non legarsi più, anche perché Burrich non lo tollera e lo allontana. Ma con Occhi-di-Notte è inevitabile e in più di un’occasione gli salva la vita. Alla fine sarà il lupo a rimanergli accanto fino alla fine e anche oltre; vederlo invecchiare con Fitz, scoprirlo col muso imbiancato e le articolazioni un po’ indolenzite è stato il lieto fine che volevo.
Lieto ma agrodolce, perché a parte il lupo Fitz è solo. Sereno ma non felice, nonostante abbia compiuto il proprio dovere e salvato il regno.
Ho preferito i primi due tomi della trilogia all’ultimo: è un fantasy più sobrio, intriso di magia ma con pochi effetti speciali e tanti intrighi; l’ultimo, al contrario, pullula di draghi e creature centenarie e leggende che prendono vita. Ma se anche il viaggio da cui il terzo volume prende il nome non mi ha entusiasmata, la destinazione meritava pienamente ogni pagina.

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… Come non detto. Nuova edizione, nuovo nonsense. Ma che bruttezza, santo cielo…

E ora sono qui, con quello strano senso di vuoto che ti rimane dentro quando finisci un libro che ti regala davvero qualcosa. Come si ricomincia a vivere le storie dopo un simile, meraviglioso trauma?
Ne uscirò, eh, lo so benissimo perché ci sono già passata.
Però davvero, Robin Hobb è geniale e io le voglio tanto, tanto bene.
E per favore, qualcuno regali #unagioia a FitzChevalier, grazie.

 

“The Shannara Chronicles” è la morte (per noia e imbarazzo)

the-shannara-chronicles-posterCome non nascondevo fin dagli albori del blog, non ho gusti raffinati.
Inutile girarci attorno, a me piacciono le cose divertenti, le esplosioni, le pacchianate. Rendermi felice è molto più semplice di quanto possa sembrare, davvero.
Essendo consapevole di questa mia forma mentis da ottenne che gioca coi lego mi sono approcciata a Shannara (“The Shannara Chronicles” per esteso) fregandomi le mani: il trailer era una bomba, Manu Bennett un tamarro pazzesco e la storia abbastanza scema da permettermi di staccare il cervello durante la visione.
Breve flashback: nutro un certo disprezzo per Terry Brooks. È stato uno dei primi autori fantasy che ho letto, giusto dopo Tolkien, ai tempi in cui mi gasavo per oggettive schifezze come la saga di Drizzt o Dragonlance. Il fatto che persino all’epoca e alla luce della mia crassa ignoranza in ambito fantasy mi sia sembrato una ciofeca la dice lunga: “La spada di Shannara” è risaputamente la copia carbone di Tolkien, c’è la spada che ti prende a male parole e i personaggi idioti.

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Ho letto la mia dose di libri discutibili. E me li sono goduti. Ciò non toglie che fossero orribili.

Non sono andata molto avanti con l’esplorazione di Brooks; “Le pietre magiche di Shannara” è lì sullo scaffale, ne ho lette forse cento pagine e ho capito che non era cosa. Ho rimosso praticamente tutto ciò che riguarda il libro, sono passati tanti anni e quindi posso dire di essermi approcciata alla serie TV con relativa oggettività. Quel tipo di oggettività che ti fa dire “ok, l’autore è un mentecatto ma potrebbe venir fuori qualcosa di carino”.
Ovviamente in tutto questo ho finito con l’ignorare l’enorme, luminoso warning che mi informava dell’imminente zozzeria che mi accingevo a guardare: MTV.
(Da quant’è che MTV non fa qualcosa di decente? Che va bene, io c’ho una certa età e i tempi di Daria e Celebrity Deathmatch sono lontani, ma ormai più che sedicenni gravide non vedo)

Con la mente fredda e una decina di giorni per elaborare il tutto posso affermarlo con certezza: Shannara è inguardabile.
Innanzitutto mi ha fatto lo stesso scherzone di quell’abominio del film di Dragonball. Trailer fico e bugiardo perché cuce insieme gli unici trenta secondi decenti dell’intera produzione. E già questo non lo posso perdonare.
Il cast è un immenso punto di domanda. Tralasciando Manu Bennett (su cui ho da dire) e John Rhys-Davies (che ho confuso per anni con Rhys-Meyers e no, non c’azzeccano), il resto dei numerosi attori sono stati scelti solo sulla base della manzitudine. Bellini, eh, tutti tra il caruccio e il “ma che fregna!”, però fine.
Non ce n’è uno, UNO che sappia recitare. Potrebbero, poverini, essere reduci da una seduta di devitalizzazione dal dentista e avere ancora i postumi dell’anestesia da tanto sono inespressivi. In realtà si somigliano anche un po’ tutti, ma forse questa è colpa mia che a un certo punto ho smesso di stare attenta e ho preso a sbadigliare.
Dicevamo di Manu Bennett: a me lui non dispiace. A chi potrebbe mai dispiacere un culturista neozelandese che fa sempre ruoli da badass? Sarebbe un po’ come odiare Dwayne Johnson. Dai. E poi ha fatto Crixus in quel gioiellino di Spartacus (gioiellino monco ma ci torneremo) e Azog, che è una delle poche cose salvabili dei film dello Hobbit. Certo, non c’entra assolutamente niente con Allanon, che viene ripetutamente descritto come alto, allampanato, cupo e incazzato col mondo. Qui oltre a essere un barattolo di muscoli il druido è un po’ amicone di tutti, superdisponibile e se glielo chiedi con gentilezza ti porta pure fuori la spazzatura. Il che è molto triste, considerando che davvero, Allanon è l’unico dettaglio che mi sia rimasto impresso in maniera positiva della produzione di Terry Brooks.
Sono una fangirl pure troppo attenta agli hint, quindi confesso di aver provato un briciolo di interesse per lui giusto quando ciccia fuori di fianco a Will collassato nella vasca da bagno. Mi aspettavo cose tra i due, ma poi mi sono ricordata che non siamo in una serie tv divertente o trasgressiva ma su MTV, quindi niente.

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Confidavo almeno in un limone. Sono rimasta delusa pure in questo.

Shannara non è un fantasy: è un teen drama spennellato di polvere di fata. Si capisce benissimo fin dall’inizio che l’interesse degli sceneggiatori non è mai stato quello di fare un prodotto che rinfocolasse l’interesse per il fantasy risorto con Game of Thrones. Piuttosto hanno messo in una stanza un gruppo di sociologi cinquantenni e gli hanno chiesto cosa piaccia ai regazzini.
Il risultato? Un tragicomico mix tra Hunger Games, Maze Runner e Bayside School. La scena iniziale – che nel libro è intrisa di misticismo, con l’albero che estende i propri rami a scegliere coloro che dovranno difenderlo – è una demenziale corsa bendati nel bosco con tanto di sgambetti e divise da runner. Ci stanno gli elfi in canotta che sono una delle cose più NO del mondo! E cinque minuti dopo c’è il ballo di fine anno pubblicità dello Jaegermeister bho, non ho capito, gli elfi vanno al baretto e sembra tanto il prom dell’high school, con la protagonista femminile tanto caruccia vestita da strappona in uno stile che non c’azzecca niente col resto del suo popolo.
La bruttezza della rappresentazione del popolo elfico si riflette perfettamente sulle espressioni “Ma chi me l’ha fatto fare” di re Eventine.

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“Regà, ma che siete seri? Cioè, davero?”

Sono questi i problemi della serie? Attori scarsi, costumi ridicoli e mood a cazzo di cane?
Ma magari!
Le prime due puntate, che oltre non vado perché devo fare cose più importanti tipo guardarmi i pori per sei ore di fila, sono palesemente state sceneggiate e montate da un branco di scimmie ubriache. Passaggi di scena fulminei e a singhiozzo che non riescono a defibrillare una lentezza nello svolgimento e una serie di dialoghi strazianti da tanto sono noiosi.
Eccolo, il vero, grande problema di Shannara: che due palle!
Non riesci a farmi affezionare ai personaggi, non riesci a farmi appassionare alla trama, ti limiti a un paio di scenografie carine e farcisci il resto di una CGI così brutta che fa rivalutare non dico neanche Hercules, ma addirittura Sinbad: caro showrunner, io te lo dico chiaramente che hai sbagliato mestiere.
Una serie tv può essere brutta ma lasciarsi guardare. Con tutto l’amore per Raimi, i suoi telefilm anni ’90 erano trash e spesso sconclusionati, ma erano deliziosi. Spartacus (diciamo le prime due stagioni, che poi mi si perde via) è girato in green screen da una mezza dozzina di omoni in mutande eppure è ben fatto.
Shannara no. È NOIOSO e io questo non posso perdonarlo. È noioso perché è sciatto, è noioso perché nessuno si è preoccupato di cucirgli addosso uno script degno di questo nome. Temo di sapere il perché: non si tratta di incapacità ma di scelte specifiche. La serie è stata pensata come prodotto per ragazzini e non vorrai mica propinare ai sedicenni qualcosa di troppo complicato, no? Quindi banalizzare, gettare esche a forma di estetica da distopico vecchio di cinque anni e aspettare che il target abbocchi attirato dai pettorali di Will o dal musetto caruccio di Amberlee.
Questo mi manda in bestia. Si può e si deve creare un prodotto per adolescenti fatto bene, anche se non è facile e occorre sbattersi. Ma pensa un po’ che strano, per far cose fighe bisogna impegnarsi! Non lo avrei mai detto!
In conclusione posso perdonare tantissime cose a una serie tv che parte con premesse non proprio incoraggianti, ma non la sciatteria e soprattutto non la noia. Ridatemi Legend of the Seeker, che era orrendo ma godibile!
O Shadowhunters (coming soon, tra l’altro), che è brutto da lacrime ma fa il giro e diventa divertente!
Ve ne prego!

“Kafra il magnifico”: un film d’azione con la magia

Ne parlavo pochi post fa: durante queste vacanze ho letto. Non tanto come avrei voluto (ero impegnata a farmi i selfie coi macachi) ma abbastanza.
Qui un lungo rant sul perché il primo libro dell’elenco mi abbia fatto venire la piorrea dal fastidio.
Ora quindi direi che ci meritiamo un po’ tutti qualcosa di migliore.

“Kafra il magnifico” è un romanzo breve/racconto di Mala Spina. Autopubblicato, e un giorno mi prenderò del tempo per eviscerare il mio rapporto in evoluzione con il fenomeno del selfpublishing. Per ora basti questo: ero scettica, lo sono ancora, ma più passa il tempo e più scopro prodotti davvero interessanti e ben fatti (qui e qui due esempi; del secondo parlerò prima o poi perché merita). Al tempo stesso l’editoria tradizionale mi sta dando tante e tali delusioni che mi sale la tristezza a entrare in libreria (parlo soprattutto dei soliti giganti editoriali, che ormai somigliano sempre più a dinosauri morenti) (vi ho mai detto quanto bruci la delusione per il comportamento di Fanucci e della sua branca Leggereditore? Anche questo un giorno dovrò raccontarlo).

Di “Kafra” avevo scorto qualche accenno qua e là tra i vari siti e gruppi che seguo. So che il detto suggerirebbe diversamente, ma è stata la copertina a incuriosirmi: è fatta bene, è professionale e funziona!
kafraCiò che non avevo notato perché sono una lettrice vorace e disattenta è che si tratta di un “secondo episodio” di “Storie da un Altro Evo”. La serie di avventure in cui è inserito, tuttavia, è composta da capitoli indipendenti, quindi non ho patito per niente questa mia svista.
Posso discolparmi dicendo che ho effettuato l’acquisto appollaiata su una seggiolina sbilenca a Fiumicino, aggrappata all’hotspot del cellulare morente. Acchiappata dal prezzo, dalla copertina e dalla descrizione non è che mi sia proprio impegnata a capire se ci fossero dei prequel.
(Per la cronaca, l’ho scoperto dopo aver finito di leggere, e questo ha modificato di molto alcune mie percezioni sull’opera).

Va’ che bellina, va’.

Di cosa parla, “Kafra il magnifico”?
Città Vecchia. Un postaccio, a quanto pare, frequentato da papponi, tagliagole e cacciatori di taglie.
Jelicho rientra nell’ultima categoria (oltre che essere assiduo usufruitore dei servizi forniti dalla prima). Lo incontriamo al risveglio, in plurale e buona compagnia, costretto a fare i conti con qualche acciacco dell’età.
Un ultimo impiego, si dice, e poi basta. Vita tranquilla e soldi da godersi.
Kafra è un mago e un mentecatto che truffa sgradevoli e ricchissime vecchie per poi sparire.
Che ci vuole ad ammazzarlo? Niente.
Peccato che poi Kafra torni. Di nuovo. E ancora. Jelicho è comprensibilmente perplesso e anche un po’ scocciato dall’accozzaglia di rivali che, oltre a lui, dà la caccia allo stesso uomo.
Ovviamente Kafra ha un segreto che lo rende, apparentemente, immortale e che fa scorrere un sacco di sangue.

È in tutta onestà una delle storie più divertenti che abbia letto negli ultimi anni. Sicuramente a suo favore gioca la brevità – di cui di solito mi lamento ma che in questo caso si sposa con uno stile vivace e mai retorico. Sembra un film d’azione: fast paced (esisterà una traduzione italiana ma non mi viene quindi ciccia), colorato, efficace.
I personaggi sono adorabili. Un appunto che mi continuava a girare per la testa durante la lettura riguardava la carenza di personaggi femminili, ma mi sono dovuta ricredere: ci sono e sono originali, ma soprattutto hanno più spazio negli altri episodi della serie.
Jelicho è perfetto. Non come persona – anzi – ma come personaggio. Ok, ok, probabilmente il fatto che me lo immagini come Djimon Ounsou che fa il cosplay di Nazir in Skyrim contribuisce a questa cotta pazzesca che ho per lui, ma c’è dell’altro. Non è un eroe, è un uomo non più giovanissimo (ma ancora decisamente prestante nonostante la presbiopia che avanza) che deve recuperare le fila della propria vita e dovrebbe mettersi tranquillo. Solo che non ci riesce: non solo deve acciuffare Kafra, ma il finale lascia intendere che tutto sommato la noia non fa proprio per lui.
Kafra invece è l’antitesi del carisma eppure funziona: è originale, diverso, sovrappeso e sudaticcio. L’ultima persona che ci si aspetterebbe rappresentare un simile guaio. E invece…
E invece tutti lo vogliono, tutti lo cercano e parecchi fanno una brutta fine. Per alcuni mi è persino spiaciuto, nonostante fossero dei disgraziati criminali senza speranza. Ma io ho un cuore tenero e ultimamente una cotta per i cattivi ragazzi.
Dello stile ho già parlato; la forma è corretta e ho notato giusto un paio di sviste. Ho visto editori blasonati fare molto, molto di peggio.
E brava Mala Spina, che mi hai fatta divertire e ti sei assicurata una fan anche per i prossimi capitoli!
Già che ci sono, ecco dove potete trovare il tutto:
Il giorno del drago
Kafra il magnifico
Brutta come la morte” (che ho già preso perché parla di un personaggio FICHISSIMO che compare anche nel capitolo precedente)