“Harry Potter and the Cursed Child”: no, non ne avevamo davvero bisogno.

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[ATTENZIONE SPOILER A MANETTA]

C’era una volta – tanto, tanto tempo fa – tanto, davvero – una Giovane Valpur circa diciassettenne. Questa Giovane Valpur, col suo cuoricino ancora tenerello e fatto di sugar&spice invece che di catrame, astio e ansia, nel riprendersi dalla prima, cocente delusione d’amore si dedica dapprima alla visione, quindi alla lettura delle vicende di questo maghetto che si chiama Harry Potter. Correva l’anno duemilaepochissimo e l’Ordine della Fenice non si era ancora affacciato alle librerie.
Sarebbe accaduto di lì a qualche mese e avrebbe segnato l’inizio di una tradizione breve ma intensa: aspettare l’avvento del nuovo capitolo della saga, chiudersi in camera al buio con solo una lucina e una scorta di dolci e divorare pagina dopo pagina – in un inglese all’epoca ancora un po’ zoppicante ma pieno di zelo e buone intenzioni – l’intero tomo prima del sorgere del sole.
Begli anni. La passione non cala e si incastra saldamente tra le fibre dell’essere della Sempre Meno Giovane Valpur, nonostante quel filino di delusione per l’epilogo molto meh.
Flashforward: 2015. O 2016, chi si ricorda. Comunque la Decisamente Non Poi Così Giovane Valpur apprende, insieme al resto del mondo, che ci sarà un’ottava storia ambientata nel Potterverse, “Harry Potter and the Cursed Child”. Protagonista la nuova generazione, quella pletora di marmocchi dai nomi che viaggiano tra l’imbarazzante e l’inquietante (“Ciao, ti chiami come il preside che mi ha manipolato per metà della mia vita e come secondo nome hai quello dello stalker di tua nonna morta MA TRANQUILLO TI VOGLIO BENE”) (Questo in effetti spiega parecchie cose che vedremo più avanti) figli di genitori illustri.
Non un libro, occhio: uno spettacolo teatrale che ha debuttato in quel della perfida Albione a inizio giugno 2016. In quei giorni su Twitter impazza l’hashtag #keepthesecret, ovvero un invito a chi avesse assistito alla premiere a non divulgarne la trama. L’internet risponde con una sonora pernacchia e iniziano a leakare informazioni.
Informazioni
deliranti.
Inquietanti.
Si parla di una figlia di Voldemort cugina di Cedric Diggory che è tipo un Mangiamorte.
Le grasse risate proprio: non poteva che essere una farsa, un modo bizzarro per depistare i curiosi. Figuriamoci, robaccia del genere manco nella peggiore delle fanfiction con le
Mary Sue Kattyve coi capelli di colori improbabili e il sangue di unicorno!
L’interesse dura il giusto; c’è chi ci crede, chi no, chi preferisce soffermarsi sulla scelta di un’attrice di colore per Hermione. Quest’ultimo sembra essere il problema principale, la maggior fonte di flame e litigate online. Posto che la qui presente ritiene che il problema non si ponga – teatro e cinema sono due media diversi e quindi sticazzi per il casting, se hanno scelto una tal attrice sarà ben la migliore per quel ruolo – e posto che la Rowling dovrebbe riflettere un paio di volte prima di rilasciare dichiarazioni online – capisco che il volemosebbene è cosa buona e giusta, ma definire sia Emma Watson che
Noma Dumezweni come “perfette per Hermione” mi fa sorgere qualche dubbio su una delle due – se ne sono lette davvero di ogni; razzismo spudorato o mascherato da purismo letterario, elucubrazioni sull’incarnato di Hermione brandendo il catalogo Pantone…
Oh, sweet summer children. Ma davvero pensavate che fosse QUESTO il problema reale di The Cursed Child?
Folli.
Giunge, nel mentre, la fine di luglio e con essa la release ufficiale dello script di “Harry Potter and the Cursed Child” sotto forma di libro. Hype per me non pervenuto: me ne fregava pochissimo, al punto da ricordarmene giusto allo sbarco a Gatwick vedendo le pile di libri in aeroporto.
“Ma sì”, mi sono detta. “Leggiamolo”.
Ora so. Ora capisco: quel disinteresse, quel dimenticarmi dell’esistenza stessa dell’opera era un tentativo del mio inconscio di proteggermi.

Perché, signore e signori, “Harry Potter and the Cursed Child” è una delle ciofeche più improbabili che io abbia mai letto. Sono davvero allibita da tanta bruttezza: se avessi avuto delle aspettative non so cosa sarebbe successo! No perché quelle voci, quelle informazioni ridicole erano vere.
Erano.
Tutte.
VERE.

Ora, immagino sia cosa nota la mia discreta esperienza in ambito di
fanfiction. Mi piacciono le fanfiction brutte, trash e demenziali. Ma innanzitutto sono gratuite, sono scritte per divertirsi e non c’è dietro un’autrice più ricca di Queen Lizzie che ci caccia questo scempio in mezzo al canon!

Ma andiamo con ordine.
Nell’approcciarsi a “Harry Potter and the Cursed Child” occorre tener presente che non è un romanzo ma uno script: niente descrizioni, solo dialoghi e poca introspezione. E meno male perché la poca che c’è fa venir voglia di percuotere i personaggi con una putrella di ghisa. Non sarà quindi della forma che mi lamenterò.
Il dramma è la sostanza: la trama è inconsistente e in costante contraddizione con i sette libri precedenti (con strafalcioni anche grossi che vedremo più avanti), i personaggi sono nella quasi totalità (una singola eccezione) simpatici come le emorroidi dopo un’indigestione di cibo messicano. I vecchi sono più OOC che IC, i nuovi sono insopportabili e campati per aria.

Il sipario si apre – è proprio il caso di dirlo – con la stessa scena che ci aveva salutati alla fine dei Doni della Morte: siamo al binario 9 ¾ e Albus si appresta a iniziare Hogwarts. Ansia da prestazione, non voglio finire a Serpeverde, vai tra figliolo che ti voglio bene lo stesso, e comunque lo stalker di nonna morta era Serpeverde. Sta’ sinz penzier.
A bordo dell’Espresso Albus (non chiamatelo Al che mi si incazza, oh) fa amicizia con l’unico personaggio che non ho desiderato schiaffeggiare con lo scopino del cesso per tutto il libro:
Scorpius Malfoy. Poraccio, con un nome del genere non poteva che saltar fuori un disagiato, e infatti Scorpius è un piccolo nerd sfigatissimo e scodinzolante che tutti odiano perché – rullo di tamburi – pronti al primo WTF del libro? – girano voci che sia figlio di Voldemort.
Let that sink in.
Figlio.
Di.
Voldemort.
Che si sa, Draco a quanto pare aveva la conta spermatica bassa e quindi Lucius ha mandato indietro nel tempo mamma Astoria per farla ingravidare da Voldemort.
No, questo almeno per fortuna non è vero, ma direi che si inizia a intuire il livello di WTFaggine del tutto.
Già in questa prima scena compare la mia nemesi, il mio odio incarnato: Rose Weasley (ah, facciam finta che sia figlia unica, che tanto Hugo non viene mai neanche nominato. Idem per James e Lily jr. che vengono citati di sfuggita ma in realtà sono dei cartonati). La figlia di Hermione – della coraggiosa, egualitaria e battagliera Hermione – se ne esce con “Albus, non puoi sederti con lui, è un Malfoy! Che schifo! Dovrebbe avere una fila di sedili per quelli come lui bleah!”.
Rose che è sostanzialmente un pregiudizio ambulante, che dà retta ai pettegolezzi e diventa una bulla non riesco ad accettarla. Per fortuna Albus e Scorpius diventano amici (e già da pagina tre io tifavo per il limone che non c’è stato) (La Rowling è stata vigliacca in più di un senso e ne parleremo dopo) e il Cappello li smista entrambi a Serpeverde.
Qui parte il dramma. Albus ha i complessi di inferiorità e quindi inizia a odiare suo padre. Che nel frattempo è regredito ai quindici anni urlanti e scleranti dell’Ordine della Fenice, perché nel corso della storia fa e dice cose ORRIBILI (tra cui ammettere che a volte vorrebbe che Albus non fosse figlio suo o gridare in faccia a Sua Maestà Minerva McGranitt “Che cazzo ne sai tu di figli che non ne hai mai avuti”. Io ero sconvolta).
Gli anni passano in fretta e non ci si sofferma troppo: spettacolo teatrale, tempi contingentati eccetera. No problem.
La trama prosegue con Albus e Harry che si odiano sempre di più, Ginny non pervenuta, Ron che ogni tanto salta in scena solo per ricordare che esiste e altro nonsense assortito. Mamma Astoria muore e la cosa viene smaltita in tre righe, e ok che è uno script e non un libro, però insomma, così è davvero squalliduccio.
Il trigger per l’intera vicenda è la comparsa del vecchio Amos Diggory e della sua badante-nipote
Delphini (no ma bel nome anche tu eh). Amos chiede a Harry di tornare indietro nel tempo con la Giratempo scoperta in possesso di Theodor Nott per salvare Cedric durante il Tre Maghi. Harry ha un guizzo di buon senso e gli dice che dev’essere la senilità a parlare, ma accusa il colpo. Albus nel mentre fa amicizia con l’ultraventenne Delphi e i suoi capelli argentati e blu. L’odore di fanfiction si fa sempre più intenso ma andiamo avanti.
Delphi si offre di aiutare i due pischelli – Albus e Scorpius, il fido sidekick – a recuperare suddetta Giratempo: devono solo fuggire dall’Espresso di Hogwarts e correre in ufficio da Hermione – Ministro, lo sappiamo – che custodisce l’ultima Giratempo.
E qui piovono
WTF come se non ci fosse un domani. Prima la strega del carrello dei dolci si scopre essere un mostro secolare messo lì per impedire agli studenti di scendere dal treno; pare che i Malandrini e Fred&George ci avessero provato… ma non ha senso. Suddetta strega infatti è una creatura mostruosa con tanto di artigli affilati pronta a scagliarsi contro gli studenti; buttata lì così dopo sette libri non regge, soprattutto perché Albus e Scorpius non mettono in atto chissà che stratagemma. Si limitano a saltar giù dal treno e ciaone. Si rimane lì così, un po’ appesi, di fronte a queste trovate troppo facilone, diciamo pure stupide.
Stupidità che troviamo anche – incredibile – in Hermione. Hai un manufatto che doveva essere stato distrutto e cosa fai? Lo nascondi. In ufficio. Lasciando in giro millemila indizi e sciarade per far sì che venga trovato. Sbaglio o non ha senso? Così come è ridicolo far saltare fuori della Polisucco (ricordiamo, una delle pozioni più lunghe e difficili da produrre, con potenzialmente effetti indesiderati gravissimi) dal taschino di Delphi per permettere ai due ragazzi di infiltrarsi al Ministero.
Long story short, Albus e Scorpius iniziano a fare avanti e indietro nel tempo per cercare di:
-salvare Cedric;
-no, cazzo, se lo salviamo non nasce Rose!
-però aspetta, se lo umiliamo per non farlo arrivare in fondo alla terza prova si prende male e diventa Mangiamorte;
-aspetta aspetta stiamo incasinando l’universo.
Sì perché questi due deficienti viaggiano nel tempo un numero improponibile di volte, visitando ogni volta un universo differente e terribile: c’è appunto quello in cui Rose non è nata perché Ron è rimasto con la Patil e Hermione è diventata una professoressa acidissima perché zitella, c’è quello in cui ha vinto Voldemort e tutto invece che essere creepy e spaventoso è imbarazzante.
La Rowling – o più probabilmente i suoi coautori – fa un casino pazzesco con i viaggi nel tempo. Sembra di essere in quella puntata dei Simpson in cui Homer sbaglia a riparare il tostapane.
Saltabeccando tra un passato diverso e un futuro alternativo salta fuori che Delphi, nell’ordine:
-non è nipote di Amos Diggory;
-adesca i minorenni (è super inquietante il suo atteggiamento verso Albus, giuro);
-fa dentro e fuori da Hogwarts senza che nessuno si ponga il problema di un’ultra ventenne sconosciuta in giro per i corridoi;
è figlia di Voldemort e Bellatrix (chiediamoci tutti “ma quando cazzo l’ha partorita?”), allevata da Rodolphus Lestrange (che di preciso quando sarebbe uscito da Azkaban, visto mi risulta sia stato arrestato dopo la Battaglia di Hogwarts?) in quanto importantissima per una profezia che parla del ritorno di Voldemort (sì ma profezia fatta DA CHI? QUANDO? COSA?) e bramosa di conoscere il vero padre.

Dai, su. Vi lascio qualche minuto per immaginarvi il coito. Divertitevi. Una roba tipo l’hawkward hug a Draco alla fine dell’ultimo film ma senza vestiti.
Se avete finito di vomitare possiamo tornare a noi.
Da un lato abbiamo Albus e Scorpius che fanno cazzate, dall’altra i genitori che cercano di metterci una pezza. Delphi è tornata di nuovo indietro nel tempo fino al 1981 per uccidere Harry e “salvare” Voldemort dal rimbalzo dell’Avada Kedavra, facendosi da lui conoscere; i due pischelli la seguono e gli adulti fanno altrettanto.
Perplessi?
Ne avete tutte le ragioni. Come fanno Harry&Co. A tornare indietro? C’è solo una Giratempo, l’ultima, quella di Nott!
Ahahah. No.
Deus ex Machina! Yeeee! Draco fa un gioco di prestigio e salta fuori che aveva pure lui una Giratempo in soffitta ma figa eh, tutta d’oro, subacquea e coi brillantini.
No ma tranquillo, ha tutto perfettamente senso.
I nostri eroi si incontrano nel 1981, neutralizzano l’inutile Delphi e non salvano James e Lily senior perché far casino col tempo non è una buona idea. Duecento pagine e ci siamo arrivati finalmente.
In teoria – e anche in pratica perché basta prendere i libri e LEGGERE le prime pagine scritte chiaramente – a Godric’s Hollow, nel prosieguo della scena chiaramente mostrato nella storia, sarebbero dovuti saltar fuori anche Hagrid e Sirius ma niente, non pervenuti.
Il tutto finisce a tarallucci, vino, amore paterno, abbracci e testicoli che rotolano in lontananza.

Vi sembra confuso questo riassunto? Lo è perché tale è il materiale di partenza. Ho tralasciato qualche dettaglio per concentrarmi sul succo della trama, ma fidatevi, non migliora la situazione.
“Harry Potter and the Cursed Child” è problematico su settantordici punti di vista, ma dopo aver mostrato cosa non va nella trama mi soffermerò sulle due note più dolenti.
Innanzitutto i personaggi.
-I giovani sono, come dicevo, trascurabili se non antipatici. James, Hugo e Lily non compaiono, cosa strana perché andando a esaminare i primi tre anni di Albus a scuola avrebbe dovuto interagirci. Ma va bene, va bene, script e non libro, tempi ristretti, quello che volete, ma a casa mia questa si chiama pigrizia. Sciatteria. Scorpius è carino, è tenero e mi sta simpatico; forse i Malfoy sono l’unica nota positiva nell’intero romanzo. Albus è forzato, tormentato per forza, mai soddisfatto, mai capace di porsi obiettivi. È semplicemente antipatico e sono felice di non doverne leggere mai più. Rose è un problema grave per i motivi che ho già espresso. Al di là del suo essere “figlia di”, Delphi non è caratterizzata; è piatta, poco interessante sia come cattiva che come personaggio con cui provare a empatizzare. Lei e i suoi stupidi capelli e il suo tatuaggio pacchiano: non bastano gli accessori per renderti affascinante, cocca.
-I vecchi… dove sono? Tolto Malfoy che mostra di essere cambiato ed evoluto (è un buon padre e mostra di avere un cuore, anche se il cervello non è pervenuto. Una Giratempo in cassaforte per tutto quel tempo? Ma sei serio?) gli altri sono terribili. Harry è un padre inqualificabile, uno che regala al figlio maggiore il suo fichissimo Mantello dell’Invisibilità e al mediano la copertina sgualcita in cui è stato deposto davanti a casa Dursley. Lily si sarà beccata un fazzoletto usato, immagino. Io capisco tutto, l’essere orfano, il peso delle responsabilità… ma questo ritorno al peggio di sé, pronto a insultare chiunque tenti di aiutarlo o gli dica che forse non ha sempre ragione mi è risultato alieno, lo stridio di unghie sulla lavagna. Ron, il leale, coraggioso Ron che accetta di essere il secondo perché il suo amico ha bisogno di lui, si è trasformato in un minchione che fa battute fuori luogo e parla solo di cibo, proprio da miglior – no, anzi, peggior – tradizione ficcynara. La meravigliosa Hermione regge nella cornice dell’opera, nel “presente” effettivo in cui la vicenda si snoda e nella sua versione ribelle nell’universo alternativo “Voldemort vince”, ma la professoressa zitella è offensiva. In uno dei mondi possibili, ve lo ricordo, non sposa Ron che invece si riproduce con la Patil e Hermione rimane da sola diventando una stronza peggiore di Piton… e il tutto perché non ha sposato Ron. Tutto qui. Il suo valore come donna adulta è determinato dal rapporto con un uomo, non da ciò che è – intelligente, caparbia, geniale, pronta a tutto per chi ama – no, è Ron a renderla meritevole di stima. Lasciata da sola diventa una cafona. L’ho trovato ripugnante. A Ginny non va meglio: la combattente di fuoco dei libri (già smorzata e trasformata in noia a pedali nei film) diventa una mamma noiosa e lasciata in un angolino a far la calzetta o poco più. Era l’occasione per farle spaccare qualche culo ma non sia mai che si sottragga screen time all’eroe protagonista.
Gli altri della vecchia guardia, soprattutto Piton e Silente, sono stati piazzati lì per mero fanservice e per ricordarci che ehi, Piton era BUONO LUI AMAVA LILY ERA UN SANTO. No, non è vero, era un uomo di merda che ha rovinato l’esistenza a un bambino la cui unica colpa era di essere figlio delle persone sbagliate. Che poi si sia comportato da eroe è un dato di fatto, ma non facciamo passare Piton per paladino immacolato che anche no.

E adesso passiamo a un altro, immane problema di questo libercolo: queerbaiting. Albus e Scorpius hanno tutte le caratteristiche della coppia. Pagina dopo pagina ci vengono presentati come sempre più legati, spesso in maniera anche “imbarazzante” per loro stessi (sono molto “fisici” nel dimostrare il reciproco affetto). Hanno una bella relazione solida al cui confronto le cottarelle per Rose – da parte di Scorpius – e Delphi – brrrr, da parte di Albus – risultano slavate e messe lì giusto per far capire che oh, non sono mica ghei.
Ma che male c’è? La Rowling, con tutto il bene che le voglio, è una gran vigliacca che ha evitato accuratamente di inserire orientamenti sessuali diversi dalla palese eterosessualità nei suoi main characters, salvo pararsi il culo in corner a saga finita con “Silente è gay”. Ok, va bene, hai sbagliato una volta ma puoi rifarti, puoi regalarci uno spiraglio di arcobaleno in quest’opera nuova.
E invece niente. Scherzone. Tutti etero e amici come prima.

Vedete, “Harry Potter and the Cursed Child” non è solo brutto e pieno di buchi di trama. “Harry Potter and the Cursed Child” è fastidioso, è goffo e raffazzonato, pieno di ingenuità che mi aspetterei da una Valpur diciassettenne che scrive di quel Remus innamorato di Sirius che va a recuperarselo nell’Inferno Dantesco (giuro, l’ho fatto). Che mi aspetterei da noi fanwriter col gusto del trash o semplicemente giovani e naif e poco professionali.
Non dalla madre di quest’universo. Non dalla Rowling.
Non comprate questo libro, davvero.
Ci sono storie più belle lì fuori, mondi immaginari in cui il Potterverse è rispettato e trattato come merita.
Perché quest’ottava storia sarà pure canon, ma è così brutta che mi è venuto il reflusso gastroesofageo.

… e poi il problema era Hermione nera.
Bof.

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Solidarietà e nostalgia: la maturità

Sono quei giorni.
No, non sto parlando di uteri che esfoliano, ma di maturità. La bacheca di FB è piena di maturandi che si agitano, universitari che “va’ che dopo è peggio!”, gente che simpatizza e altra gente che ha ancora gli incubi.

Io, tutto sommato, non mi posso lamentare. Provo un certo affetto per i liceali sotto esame.

Al liceo andavo bene. Non che mi ammazzassi di lavoro, però riuscivo senza troppa fatica a portare a casa voti ottimi forse anche in virtù della mia notevole faccia da culo. Ero una brava studentessa, non particolarmente disciplinata (diciamo che mi facevo i beati cazzi miei a lezione ma senza disturbare il prossimo) ma abbastanza brillante da non creare problemi.
Ottimi voti in tutte le materie… a parte il greco scritto. Sì, sono una sopravvissuta al Liceo Classico; il ginnasio è stato tutto sommato gestibile e i miei sette-otto me li guadagnavo, ma dal terzo anno qualcosa si è inceppato. Voti eccellenti all’orale – anche in grammatica – corrispondevano a sangue e sudore per arrivare al sei negli scritti. Navigavo con astio crescente sul cinque e mezzo. Che voto di merda è, il cinque e mezzo? Dammi cinque. Dammi sei. Fammi inginocchiare sui ceci, che ne so, ma il limbo del “quasi sufficiente” è un’agonia che non raccomando a nessuno.
Com’è come non è, a un certo punto mi son detta che non valeva più la pena di sbattersi particolarmente, e quindi le mie versioni hanno assunto tratti di puro nonsense. Analizzare la costruzione delle frasi? E perché? La vecchia che tira la tegola in testa al re Ciro non ha comunque senso – va bene, sarà pure corretto, ma dai! Quindi traducevo parolina per parolina e poi riarrangiavo il tutto cercando una parvenza di logica. Che non c’era mai ma faceva molto ridere la prof. Santa donna, per fortuna che era una brava persona. Io mi sarei mandata a cacare per molto meno.

L’anno 2004 segna l’arrivo del rito di passaggio, delle Forche Caudine cui ogni studente arrivato in fondo alle superiori è costretto a sottostare.
Arrivo all’esame con una media più che buona e il massimo dei crediti possibili e immaginabili.

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Aspettative

Siccome era il mio periodo darkettone e, come detto qui sopra, non è che sprizzassi voglia di sbattermi da tutti i pori, la fatidica tesina verte sulle tombe e si traduce in un cartellone di cartoncino A5 spacciato per mappa concettuale con ricopiati in bella calligrafia i Sepolcri di Foscolo e una serie di foto stampate e incollate con la Pritt per i collegamenti. Thomas Gray e la sua Elegia Scritta in un Cimitero di Campagna, la tomba di Canova a Venezia e il Carme 101 di Catullo. Va’ che figata, va’.
(No, era ridicola, però per la mezz’ora di lavoro richiesto più che accettabile).
Avendo appunto la media dell’otto abbondante ho di che star tranquilla, e invece NO! Perché l’ansia è parte di me dal primo vagito.

Prima prova, tema. L’ultima cosa di cui preoccuparsi.
Ovviamente è subito panico.
Madreh impone una divisa d’ordinanza. E la maglia dei Cannibal Corpse no, e gli anfibi a giugno no, e il trucco sbavato nemmeno… e sticazzi, vado in jeans, magliettina azzurra e sandali scomodi come un cilicio. Praticamente una bestia di Satana invitata a un battesimo.

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Realtà

Il tema – uno sproloquio sulla bioetica e sulle colonne d’Ercole e non so cosa mi fossi bevuta quella mattina ma aveva senso ed è piaciuto – scorre senza problemi nonostante l’angoscia esistenziale. Il problema si pone all’uscita quando, con passo felino e agile mossa, la giovane Valpur tira un calcio allo spigolo metallico della bacheca e si apre un tallone; questo, aggiunto alle vesciche da scandalicilicio, non aiuta il buon umore.

Seconda prova.
Qui c’è di che soffrire, visto che era greco e io di greco era una sega. Anzi, ero una sega pure nell’essere una sega.
La mia classe – la terza B – in aula; i compagni della terza A in corridoio ricevono il plico prima di noi. La prof di matematica si affaccia e, di fronte ai nostri sguardi da cervo paralizzato dai fari del tir che lo sta per investire, sibila: “Ragazzi, è Platone!”.
Piovono madonne a grappoli.
Mi passa davanti tutta la vita: le aspettative dei miei genitori deluse, i nonni sconsolati, il cane che non mi rivolge più la parola, le doppie punte.
E poi arriva la botta di culo: la versione la conoscevo. Già tradotta (male), già portata in letteratura… sta di fatto che so cosa c’è scritto! Festa grande.
Ovviamente, essendo io una mentecatta, potevo non piazzarci un errore madornale nella prima riga? Eh no che non potevo. Errore che sospetto sia stato replicato da qualche compagno cui ho passato la versione, cosa confermata in sede di orale (ho negato l’evidenza ma nessuno mi ha creduto).
Ci portiamo a casa un tredici e sto.

Terza prova, ricordi confusi. In commissione capita educazione fisica, che uno dice eeeeh che figata, no? No, perché se questo permette sostanzialmente di levare una materia all’orale significa anche matematica E fisica in terza prova (oltre a latino, inglese e non ricordo quale altra materia). Matematica va insospettabilmente bene, fisica – in cui ero un asso – no, ma sticazzi, quattordici un po’ rubacchiato.
Nel bel mezzo della prova la mia astuzia da faina si rivela nel cercare di passare un bigliettino alla compagna più lontana. La prof di matematica segue la parabola con gli occhi e mi guarda come a dire “povera cara. Almeno sei simpatica, dai”. Io sfoggio la mia miglior faccia da culo e muoio un po’ dentro, ma la scampo.

L’orale! Finalmente! Finalmente davvero, perché è il quattro luglio, ci sono settantacinque gradi e sono la penultima di tutto l’istituto.
Il picco di adrenalina da maturità si è esaurito dopo mezz’ora di tema, quindi subentra lo scazzo primordiale. Questo, insieme al male ai piedi, fa sì che io mi affacci all’aula appena prima del mio turno dicendo: “Salve prof assortiti. Ho le vesciche sui piedi, vi spiace se faccio l’esame scalza?”
La prof di greco rotea gli occhi e “Hai fatto il cazzo che ti pareva per cinque anni, ci siamo rassegnati”.
La mia – ahahah – tesina viene pressoché ignorata salvo dal prof di filosofia, che passa venti minuti a ritagliare i bordi neri delle fotocopie e a disporli tutt’attorno al cartellone in guisa di necrologio. Probabilmente non ero la più scazzata lì dentro.
La farsa si articola in:
-Fisica che “scegli la domanda A o la B” e io scelgo la C perché quelle due robe continuavo a non saperle;
-Greco e l’ottusità di arrivare in fondo all’autore richiesto e continuare con quello subito dopo sul libro perché non è che ci fosse molto da dire;
-Inglese “Parlami di Tizio” “Scusi prof, ma Tizio chi è?” “E allora parlami un po’ di quel che ti pare che tanto l’inglese qui lo capiamo solo noi due”
-Storia e l’olocausto e io che mi ero studiata pure le note a piè di pagina per niente;
-Latino e il mio adorato Petronio, col prof che mi deve interrompere perché si stava facendo tardi.
Graziata di italiano e matematica perché nessuno ne aveva più voglia. Vago dispiacere.

Fine. Tutto qui. Massimo dei voti tutto sommato meritati in virtù di cinque anni di risultati soddisfacenti e via verso il tramonto glorioso.
Tramonto che si è poi rivelato essere un incubo fatto di biochimica, microbiologia e analisi 1, ma ehi, sono sopravvissuta pure a quello.
C’è speranza per tutti.

(E comunque le tracce del tema quest’anno erano fichissime e io sono invidiosa)

A wild Valpur appears

In questa intervista si nota quanto io sia una persona seria e matura.
Il concetto, però, è importante e ci tengo a esprimerlo: divertirsi e cercare letteratura d’evasione non è un crimine.

L'occhio della madre

Oggi è venuta a farci visita nel nostro studio – e con studio intendo il garage freddo e umido con una scrivania traballante sulla quale il sottoscritto imbratta le proprie carte munito di penna d’oca intinta nel veleno – la giacobina Valpur, al secolo Ester Manzini: critica, fustigatrice di prosa scadente, esperta di sopravvivenza nella gestione domestica dei felini e, soprattutto, scrittrice. Val, è un piacere averti qui con noi.

No, non è vero. Dillo che mi detesti, dillo!
… niente, era giusto per specificare che sono anche un filino paranoica, visto che lo avevi dimenticato. Comunque è un piacere essere qui!

Per cominciare, parliamo un po’ di te e della tua attività di scrittrice. Perché tu, come molti di noi, scrivi ma, a differenza di molti di noi, riesci effettivamente a dare a ciò che scrivi una forma definita e a pubblicare i tuoi lavori. Una domanda in due…

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[Promozione] “La rondine di Guadeloupe”

No, non ho scritto il nome dell’autrice perché… be’, sono io :3

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Questa storia nasce come qualcos’altro un annetto e mezzo fa. E come succede per un po’ tutte le mie balzane idee letterarie è arrivata con un sogno.
Personaggi con un volto, una storia, un carattere e un nome. Mi si presentano mentre dormo e non si schiodano più dalla fantasia finché non trovo loro un posto in una storia. Nella loro storia, che non posso non raccontare se voglio salvaguardare quel poco di sanità mentale che mi rimane.

Sono fortunata e scrivere mi diverte. Tanto. L’entusiasmo nel mettere le parole una dietro l’altra e vedere un’idea prendere vita supera di gran lunga l’ansia da prestazione o la fatica. “La rondine di Guadeloupe” è stata una delle avventure letterarie più entusiasmanti in assoluto nella mia non poi così breve esperienza di scribacchina.
Per questo la mia più grande speranza è che per chi lo leggerà questo libro sia divertente tanto quanto lo è stato per me in fase di scrittura.
(Sì, sono di poche pretese, ma per me l’unica caratteristica davvero importante di un libro è che intrattenga)

Di cosa parla? Ecco qui!

Guadeloupe, 1730.

La vita tranquilla dell’isola e della guarnigione militare viene sconvolta dall’arrivo di una persona dall’identità ambigua. Mac è alla ricerca di Donatien, l’uomo che ha rovinato la sua vita e che ha ucciso sua madre e sua sorella.

Per avere la sua vendetta, dovrà fare affidamento su Martin e gli altri uomini della guarnigione, con i quali scoprirà i loschi traffici di Donatien e il suo oscuro legame con il governatore Tremaine.

Tra inseguimenti e botte da orbi, Mac potrà finalmente trovare la serenità e, forse, l’amore.

Ci siamo, dunque.
Potrei passare i miei giorni a raccontare quanto sia emozionante buttarsi nel grande mondo dell’editoria, di come sia andata la lunga ricerca di un editore, dell’entusiasmo per quel “sì”… ma la realtà è che quello che conta è la storia.
Io ve la lascio, è vostra e spero vi faccia viaggiare.

“La rondine di Guadeloupe” uscirà per Triskell il 10 febbraio ma è già disponibile in preorder e in offerta a questo link. A breve approderà anche su Amazon, ma – ovviamente – non mancherò di aggiornare il post ù_ù.
Oh, e ricordatevi che sulla pagina Facebook potrebbe sempre saltar fuori qualche novità!

The most wonderful time of the year per fortuna non dura a lungo.

Pausa. Meritata, agognata pausa.
Come ormai da molti anni a questa parte mi eviterò lo stress del “MA COSA FACCIAMO A CAPODANNO?” volando dall’altro capo del pianeta.
Sopravviverò all’orgia alimentare delle feste? Questo è tutto da vedere.
Di certo la girandola sociale di parentado, visite e cazzimma assortita mi sottrae tempo prezioso in cui potrei elargire al mondo i miei non richiesti pareri, quindi ci si risente a gennaio.
(No, davvero: avrei tanto voluto dire la mia sulla questione #BlackHermione. In forma scritta, perché ne ho blaterato qui scroccando l’ospitalità di Galassia Cartecea, nonostante i problemi tecnici)

Tornerò. Voi mangiate, bevete e godetevela.

 

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[Anteprime] 5H3RW00D

[Londra – no, Neo Londinium -, 2050. E se Robin Hood fosse un netrunner in lotta contro un gigante farmaceutico?]

 

5H3RW00D

(Credits)

Seven Sisters, 12 ottobre 2050

Una quieta pozza d’olio sull’asfalto macellato di buche e crepe splendeva di lucida viscosità nera, con i riflessi dei neon – insegne di pub, di cambiavalute aperti tutta notte, rivenditori di junk food multietnico – che lampeggiavano e delineavano di colori sintetici le auto parcheggiate, vecchi modelli da terra con le carrozzerie ammaccate.
La ruota della bicicletta fece irruzione nella pozzanghera; schegge di luce e arcobaleno schizzarono contro gli pneumatici chiodati e andarono a chiazzare  i jeans logori. Oltre le maniche della vecchia giacca da motociclista, sbucciata e sbiadita su gomiti e spalle, dita affusolate erano strette sul manubrio; una sterzata violenta, la ruota anteriore perpendicolare al telaio e un sussulto della posteriore. La bicicletta inforcò la via laterale con una sgommata e una strisciata nera sull’asfalto.
La figura svanì da sotto i lampioni; alla luce arancione e immobile si aggiunse il rosso e blu dei lampeggianti ad annunciare gli hoverbike della polizia di Neo Londinium. Due mezzi carenati di bianco planarono a mezzo metro dalla strada, i sostentatori che galleggiavano sull’aria mentre i due poliziotti li inclinavano in una derapata alle calcagna del ciclista.
Ciclista che, col suo poco vantaggio, si guardò oltre la spalla; i lampeggianti colorarono per un istante le lenti del visore e dipinsero ombre nel buio del cappuccio basso sulla fronte.
Sbirri di merda!
Si voltò appena in tempo per evitare lo schianto. Con uno strattone al manubrio fece impennare la bicicletta quanto bastava per saltare il bidone dei rifiuti rovesciato in mezzo alla strada. Lo zaino rattoppato ebbe un sussulto sulle spalle quando riatterrò.
Mollatemi, dai… avete di sicuro qualcosa di più urgente da fare!
La mandibola ebbe uno spasmo mentre il fuggiasco stringeva i denti in un ringhio silenzioso e continuava a pedalare, sbucando in una via trafficata.
Contromano.
Un paio di sopracciglia scure guizzò verso l’alto sopra al bordo del visore e la bocca si socchiuse. In mezzo allo strepito dei clacson i fari delle auto, coi loro silenziosi motori a idrogeno, rivelarono per un istante due grandi occhi chiari, incolori oltre le lenti brunite.
“Merda merda merda!”
Il manubrio gli si agitò sotto le mani; sentì il paraurti di un furgone sfilare a un palmo dalla ruota posteriore e sbandò fino al centro della carreggiata. Probabilmente i due hoverbike erano ancora lì da qualche parte, ma il viale era troppo caotico e illuminato per poterne scorgere i lampeggianti.
E lui al momento aveva problemi ben più gravi cui badare, tipo come evitare di finire spalmato sul cofano di un camion.
Il pomo d’Adamo guizzò lungo la gola pallida mentre lo sguardo correva frenetico a destra e sinistra.
Eccola lì, quella maledetta pattuglia; sul ciglio della strada riusciva a intravedere i caschi neri e argentati che scrutavano il traffico, che cercavano l’unico ciclista così pazzo da imboccare una delle tangenziali di Neo Londinium contromano e paralizzarsi tra le due carreggiate.
Le narici vibrarono in uno sbuffo rabbioso mentre la punta della lingua passava sulle labbra prima che queste si tendessero in un sorriso tremante di entusiasmo suicida.
Sguardo dai due lati della strada, un respiro trattenuto e di nuovo i piedi calarono sui pedali.
Prima corsia: inchiodare di una station wagon, rumore di freni. La ruota varcò la linea bianca sull’asfalto.
Seconda corsia: un motociclista che gli urlava dietro.
Mancava così poco! Solo quattro, cinque metri fino alla via perpendicolare, e da lì non più di un miglio fino a…
Casa?
Fu il boato del clacson di un autoarticolato a rovinare i piani. La tensione gli giocò un brutto scherzo e, col fiato che gli si rompeva in schegge nel petto, la bicicletta sbandò di lato.
Ancora due metri!
Lo spostamento d’aria del camion che gli sfrecciava dietro spazzò via il poco d’equilibrio che gli rimaneva. Provò ad appoggiare a terra il piede e a fare perno; dalla suola di gomma della logora scarpa da skate salì un filo di fumo mentre si grattava contro l’asfalto.
E poi la gravità diventò un optional.
La bicicletta prese il volo e il ciclista fece altrettanto in un turbine di braccia. Ebbe giusto il tempo di prendere una boccata d’aria per gridare quando la strada gli venne incontro, schiantandosi contro la mano sinistra tesa in avanti.
Un rimbalzo, due, la sensazione bruciante della carne che si grattugia contro l’asfalto ruvido, il cappuccio che ricadeva.
Un’ultima giravolta e pilota e bicicletta si fermarono all’angolo del marciapiede.
Fanculo.
Quell’unica parola gli rimbalzava nella testa mentre annaspava per riprendere fiato.
Oltre le palpebre serrate il mondo girava e non era poi così semplice distinguere il sopra dal sotto.  Il sibilo che gli saliva dal petto si trasformò in un vero respiro, mozzato dalla fitta che gli correva per le costole. Quando riaprì gli occhi la strada non aveva ancora smesso di oscillare, ma nel giro di pochi istanti di prezioso ossigeno la vista tornò a funzionare in maniera quasi normale.
Primo check: il tablet al polso. Intero, anche se la mano era coperta di sangue. Un dito dopo l’altro piegati verso il palmo della mano: sì, sembravano a posto. Nessuna frattura vistosa, anche se il polso faceva un male cane.
Il ciclista si alzò a sedere con un braccio stretto attorno alle costole.
“Ouch”, gemette portando la mano alla testa. Le lenti del visore erano andate in frantumi e ora gli occhi azzurri, ancora fuori fuoco per la botta, cercavano di individuare la bicicletta. Sotto le dita, oltre l’ombra scura dei capelli rasati e appena sopra il primo dei jack per i chip neurali, una ferita solcava il cranio e grondava sangue in una pozza.
Quando riuscì a barcollare in piedi dovette appoggiarsi al muro per non cadere; strizzò gli occhi verso l’altro lato della strada e, con un doloroso sospiro di sollievo, vide che gli sbirri erano spariti. Sputando una boccata di saliva insanguinata – cazzo, si era tagliato un labbro coi denti – recuperò la bicicletta. Mezzo robusto, telaio in titanio che non si era deformato per la caduta.
Rimontare in sella fu già abbastanza complicato; mettersi a pedalare con cautela fu anche peggio. Dal costato arrivavano costanti lampi di dolore e la testa continuava a sanguinare contro la stoffa della felpa.
Gli ci volle quasi un’ora di brevi tratti, deviazioni e pause per schiarirsi la testa dall’ondata nera di nausea e sofferenza che la intasava prima di raggiungere la pista di erba secca e rifiuti che conduceva alle rovine di capannone industriale che chiamava casa, buie nella notte londinese.
Smontò dalla bicicletta e vi si tenne aggrappato mentre percorreva il marciapiede ingombro di sacchi di immondizia squarciati.
“Ehi, Rob, tesoro!”
Una voce femminile lo fece bloccare e voltare. Sotto un lampione fulminato, con led accesi appuntati lungo l’orlo del risicato tubino bianco, una donna gli sorrise attraverso labbra rigonfie e innaturali. Nonostante tutto, Rob si trovò a ricambiare, o almeno a provarci. Produsse una smorfia e la donna spalancò gli occhi.
“Piccolo Hood, che ti è successo? Sono stati gli sbirri?” Una mano dalle unghie fluorescenti gli sfiorò lo zigomo affilato e risalì verso la tempia, dove un bernoccolo nero iniziava a gonfiarsi.
“No, Raja, sono solo caduto. Ahi, smettila, fa già abbastanza male… ecco, aspetta un attimo”.
Appoggiò la bicicletta al muro e sfilò uno spallaccio dello zaino, che ora gli pendeva lungo il fianco. Rob cacciò una mano oltre la cerniera e armeggiò fino a estrarre una busta.
La donna si portò le dita alle labbra.
“Maimie, giù verso Sydenham, mi ha detto che una delle ragazze è rimasta incinta, ma non mi ricordo chi. Ho fatto un prelievo e mi è scappato un piccolo extra. Ho pensato potesse servirle”.
Il trucco grottesco sul viso sintetico della donna si addolcì e le ciglia finte si imperlarono di lacrime mentre scuoteva la testa.
“Non la conosci nemmeno… perché lo hai fatto?”
Rob fece spallucce e se ne pentì subito: aveva male anche lì.
“Perché potevo farlo. Dai, prendili”.
Raja afferrò la busta e si lasciò sfuggire un singhiozzo mentre stringeva Rob in un abbraccio che peggiorò le condizioni delle costole incrinate. Si alzò in punta di piedi sui tacchi vertiginosi per schioccargli un bacio sulla guancia magra e ruvida di barba.
“Che Dio ti benedica, Rob. Oh, aspetta, non vorrei che la tua ragazza si ingelosisca”, e fece per ripulire il segno del rossetto.
Rob sorrise.
“Devo ancora trovarla una che mi sopporti abbastanza a lungo da definirla la mia ragazza. Non c’è pericolo, Raja. Buona notte”.
La scarica di adrenalina si stava spegnando in favore dello sfinimento. Percorse a piedi le ultime centinaia di metri fino al capannone, inciampando e facendo mentalmente il conto dei danni.
Lividi, qualche micro frattura, di sicuro quella ferita in testa sarebbe stata da suturare. In compenso una prostituta minorenne avrebbe almeno potuto partorire in un vero ospedale invece che per strada; avanzava ancora qualcosa per l’affitto di Tuco, per le ragazze e per il fondo spese. Entrare nei sistemi di sicurezza delle banche, deviare soldi su una galassia di conti fantasma e prelevare direttamente allo sportello bancomat era un sistema comodo per tirare su qualcosa; peccato che non potesse permettersi cifre troppo importanti. Aveva imparato a caro prezzo la prudenza.
Robert lanciò un’occhiata al tablet. Per la milionesima volta negli ultimi sette anni aprì quell’ultima mail e guardò il conto alla rovescia.
Altri tre giorni, e non era riuscito a cavare un ragno dal buco. Il bambino che era stato e che ora gli sorrideva dallo schermo sotto forma di icona servì solo a ricordargli il sorriso di sua madre.
Stai al sicuro.
“Che cosa volevi dirmi, mamma?”
Lo aveva chiesto dopo ogni occhiata che aveva rivolto a quella mail e non aveva mai ricevuto una risposta. Solo un’ossessione crescente e la colpa che non voleva saperne di lasciargli il cuore.
Tanti anni a cercare e ancora non era riuscito a decifrare l’enigma.
Sovrappensiero infilò di nuovo la mano nello zaino: forse avrebbe potuto contrattare con Adam per un altro slot nel cervello. Se lo avesse pagato abbastanza non gli avrebbe detto di no: era un rischio che valeva la pena correre.
Oltrepassò una fila di piloni di cemento coperti di graffiti ormai smangiati da anni di umidità e piogge acide. Il pavimento era invaso di rovi, immondizia ed escrementi di topo. In fondo alla navata del capannone appoggiò la mano al muro, più per sostenersi che per aprire la porta arrugginita. Il rettangolo di vernice rossa al centro mandò una scarica di luce mentre il sensore gli riconosceva la retina e il maniglione antipanico scattò.
Rob lasciò cadere la bici all’ingresso e scese i pochi scalini di cemento – pulito, questa volta – fino al seminterrato. Le pareti nere e coperte di lampade di varia provenienza facevano sembrare la pelle ancora più pallida e i lineamenti del viso più affilati.
Un tonfo in lontananza lo fece sussultare. Due lunghi tubi a fluorescenza si accesero sul basso soffitto e mostrarono un’accozzaglia di poltrone sfondate, matasse di cavi e cumuli di materiale elettronico accatastati lungo le pareti. In fondo alla stanza comparve una sagoma alta, con il collo massiccio e le spalle larghe.
“Red? Sei… ah, no, scusa”.
Rob scosse la testa e si trascinò fino al divano più vicino.
“Non è ancora rientrata?”
“Sono preoccupata. Cosa che suppongo di dover fare anche per te”. La figura passò sotto alle lampade che rivelarono un fisico da lottatrice e un viso teso dall’ansia. La donna si accucciò a terra ai piedi di Rob; una mano avvolta in fasce e coperta da un velo di sudore salì ad afferrargli la mandibola.
“Jo, piantala! Mi fai male!”
“No, quello lo fai da solo. Che cazzo t’è successo, Hood?” Si rialzò e senza alcuno sforzo apparente sollevò un’enorme poltrona, che appoggiò di fronte al divano.
Suo malgrado Rob inarcò un sopracciglio, ammirato nel vedere i movimenti sinuosi dei muscoli sotto la pelle scura.
“Hai fatto il tagliando da Alan? I tuoi miomeri sembrano funzionare alla grande”.
Jo annuì una volta e fletté il braccio; il bicipite era almeno il doppio di quello che poteva vantare Rob, che, pur snello com’era, non poteva definirsi gracilino.
“Devo ancora pagarlo e non so quando riuscirò a farlo”.
“Ho fatto buona pesca”, disse Rob. Le lanciò lo zaino con una smorfia di dolore e lo indicò con un cenno del mento. “C’è la tua parte. Tua e di Red, voglio dire”.
Johanna “Jo” Addison, un metro e ottantasei per ottantatré chili di forza bruta e impianti cyber che le erano costati una carriera nel pugilato femminile professionista, si morse il labbro e non alzò lo sguardo dallo zaino, intonso ai suoi piedi.
Curioso come quell’espressione la facesse sembrare vulnerabile.
“Odio la tua carità”.
“Che palle, Jo. Non puoi ringraziare e basta? Prima ho rischiato di farmi beccare dagli sbirri, poi di finire investito in tangenziale e alla fine di fracassarmi la testa contro l’asfalto… il tuo orgoglio è più di quanto possa sopportare”.
Jo alzò su di lui uno sguardo nero e feroce; Rob sprofondò nel divano e sollevò le mani scorticate con sincera inquietudine. Le aveva prese da Johanna il giorno stesso che si erano incontrati – Tuco la conosceva e lo aveva anche avvisato, ma lui non gli aveva creduto –  e solo la testardaggine con cui si era rifiutato di collassare per il trauma cranico gli era valsa il rispetto di quella valchiria.
“Un prestito”, si affrettò ad aggiungere. “Quando riprenderanno i tornei me li ridarai, eh?”
Tornei. Più che altro feroci massacri tra abomini cibernetici con più titanio che sangue nel corpo. Jo riusciva ad avere un discreto successo, anche se ben lontano dalla carriera da campionessa olimpica che aveva sognato.
“Dici sempre così”.
“Ti prego, Jo, ti scongiuro… ho male dappertutto, non puoi darmi tregua? Devo rimettermi al lavoro”.
“In queste condizioni? Ah, sei fortunato se riesci a restare sveglio per due ore”.
“Tuco aveva un carico di nootrox in ballo, dovrebbe aver trovato qualcosa per…“
Pessima idea. Rob si morse la lingua e chiuse gli occhi, pronto a ricevere un ceffone. Mai, mai parlare a Johanna di droga: la prendeva sempre malissimo.
Il colpo non si abbatté, però, e Rob si azzardò a socchiudere una palpebra. Il pugno di Jo era ancora sollevato, ma lo sguardo era rivolto verso l’ingresso.
Davanti alla porta si stagliava la persona che più di chiunque altro riusciva a far incazzare Jo. O a farla ridere.
“Sono a casa, brutte bestie!” trillò una voce acuta ed eccitata.
Jo perse subito ogni interesse per la discussione con Rob; balzò in piedi sul posto e coprì in poche falcate la distanza che la separava dalla porta.
“Red! Vaffanculo, sei stata via per due giorni!”
Red saltò giù dagli scalini, una figura che arrivava a stento alla spalla di Jo ma che le cinse la vita con due braccia scintillanti di metallo e le piazzò nell’incavo della spalla una testa di capelli rosso semaforo.
“Mi sei mancata!” esclamò baciando la guancia scura di Jo. Rob vide la schiena massiccia rilassarsi un attimo nell’abbraccio. Durò poco; le braccia muscolose afferrarono Red per le spalle e la scostarono.
“Dov’eri?”
“In giro. Sono passata da Alan a farmi sistemare qualche pezzo”, disse sventolandole davanti al naso le dita robotiche e facendo dardeggiare l’armamentario di chiavi, pinze e cacciaviti nascosto in ogni falange. Jo non sembrò impressionata; le prese il viso come aveva fatto prima con Rob e le sollevò il mento in un’accurata ispezione del collo.
“Se cerchi segni di buchi caschi male”, ridacchiò Red.
“C’è poco spazio per bucare, ormai”, disse Rob. “Sei più titanio che altro”.
Il viso da bambola di Red, con grandi occhi scuri punteggiati dai microled della cyberottica, si voltò verso di lui. Dove non era arrivata la psicosi da eccesso di protesi stava lavorando l’abuso di sostanze per aumentare la precisione quando si metteva a costruire, smontare o  – come le piaceva dire – migliorare le cianfrusaglie che trovava in giro.
“Io almeno non torno a casa con la faccia che sembra un hamburger. Che t’è successo, fratellone?”
Jo le passò la mano sulla nuca e si paralizzò.
“Cosa… Scarlet, è quello che penso sia?”
Rob non ebbe il tempo di rispondere.
Si mette male. Se la chiama per nome c’è davvero aria di tempesta.
Red perse l’aria strafottente e si mise sulla difensiva; i tentativi di districarsi dalla presa di Jo non portarono a nulla, così si limitò a distogliere lo sguardo.
“Non è niente”.
“Cazzo, ti sei fatta impiantare un infusore! Per forza non hai i segni dei lividi da siringa!”
“Be’, ho smesso di bucarmi, era quello che mi avevi chiesto, no?”
Dalla sua posizione sprofondata Rob riuscì a vedere i capelli di Jo rizzarsi sulla nuca. Alzarsi con uno scatto gli costò la poca autonomia fisica che gli rimaneva ma non ci teneva ad assistere all’ennesima scenata.
Proprio no.
“Ti lascio qui i soldi”, buttò lì. Abbandonò una fascetta di banconote lilla sul divano e recuperò lo zaino.
“Grazie”, ringhiò Jo senza voltarsi.
Be’, almeno mi ha ringraziato, si disse mentre, appoggiandosi al muro, raggiungeva la sua stanza.
Riuscì a chiudersi dentro appena prima che le urla esplodessero; la pesante porta tagliafuoco se le portò via e attorno rimase solo il silenzio.
Rob lanciò lo zaino sul mucchio di coperte che chiamava letto. Prima di sedersi, prima ancora di tamponare il sangue che aveva ripreso a colargli lungo il collo premette il tasto d’accensione del vecchio deck da netrunner aperto su quella che lui chiamava scrivania e che chiunque altro avrebbe definito un asse su due cavalletti. Lo schermo si illuminò all’istante di bianco.
La sedia era troppo bassa, un residuo di quando era arrivato lì, sette anni e una quindicina di centimetri d’altezza in meno. Rob vi si appollaiò, lanciò via i resti del visore e sfilò il tablet dal polso; i fori dell’interfaccia neurale spiccavano in mezzo ai graffi sulla pelle chiara.
Il countdown era lì, nero contro la luce pallida dello schermo rigato. E proprio di fianco, nascosta dietro un cavo che non aveva notato, una bustina trasparente con un bigliettino scarabocchiato.

Nootrox. Puro al 98%.
In frigo ci sono dei tamales.

Tuco.

Se Jo avesse beccato quel biglietto avrebbe preso a calci lui e Tuco per un paio di giorni, nonostante nessuno dei due fosse proprio un fuscello. Rob increspò un angolo della bocca in un sorriso: sarebbe stato sufficiente non dirglielo. E in quel momento un antidolorifico capace di resuscitare i morti e di tenerlo sveglio e attivo per altre dodici ore era proprio ciò di cui aveva bisogno.
Jo, ti voglio bene, ma qualche volta non ho proprio voglia di discutere con te.
Il minuscolo frigorifero sotto al tavolo gli offrì una selezione di birre scadenti e bevande gassate troppo dolci e zeppe di caffeina. Rob prese una lattina di quest’ultima e mandò giù due pastiglie di nootrox con una sorsata che sapeva di lampone chimico, quindi chiuse gli occhi.
La droga gli si sciolse sotto alla lingua. Poteva vederla entrare in circolo: un flusso azzurro brillante che gli correva per i vasi sanguigni e raggiungeva le zone che pulsavano di rosso sangue attorno alle contusioni. Il nootrox le spegneva e portava quella luce al cervello. Ogni nervo brillava incandescente, più reattivo che mai.
Nel giro di un minuto Rob spalancò le palpebre. Lo schermo lo aveva visto passare da adolescente col viso da bambino ad adulto dai lineamenti spigolosi, con occhi grandi e ossessionati. Le labbra si stesero in un sorriso feroce mentre la mano viaggiava sulla superficie del tavolo fino ad afferrare un fascio di quattro cavi.
Uno dopo l’altro i jack gli penetrarono nei fori dietro alle orecchie, scavati nel cranio.
Sto tornando a casa.

Nel frattempo, a un paio di miglia da lì, un poliziotto smontava dall’hoverbike all’imboccatura di un vicolo.
“Mi sembrava di averlo visto passare di qui”.
“Sì, ha rischiato di farsi ammazzare”, rispose il collega.
Il primo poliziotto si accucciò a terra e intinse la punta delle dita in una pozza di sangue rappreso.
“Pensi che ne valga la pena? Andiamo, era solo un delinquentello che provava a scassinare un bancomat…”
La voce del collega era annoiata.
“E poi è tardi”.
“Hai ragione, ma… senti, a noi cosa costa? Saranno quelli della scientifica a doversi fare il culo, mica noi. Dai, passami il kit per prelevare i campioni”.

Tanti auguri signora Alcott. Ti odio ancora.

Io mi vanto molto di essere una lettrice vorace, lo ammetto. Quando guardo le statistiche e capisco di rientrare in quel 14,3% di “lettori forti” che almeno un libro al mese devono leggerselo confesso di menarmela un pochino.
Peccato che non sia sempre stato così.
Il mondo è pieno di lettori, orgogliosi quanto me, che affermano di aver sempre amato i libri, di aver preso in mano il primo volume a cinque anni e, da lì in poi, di non aver più smesso.
Beati loro. A me non è andata altrettanto bene.
Ho imparato a leggere abbastanza presto; a fidarsi delle cronache genitoriali si direbbe intorno ai quattro anni, ma avendo il vago sospetto che siano resoconti di parte ho cercato prove concrete. Sistemando un armadio, anni fa, mi è capitato per le mani un libriccino tutto pieno di parole scritte in una calligrafia tremolante e sbilenca affiancate a quella elegante di mio nonno: era lui a farmi ricopiare le mie prime lettere. La data era il 1989; a conti fatti mamma e papà forse non mentivano, visto che se a quattro anni iniziavo a scrivere è sensato pensare che avessi già iniziato a leggiucchiare.
Le mie letture, però, per lungo tempo si sono limitate al Topolino e alle etichette dello shampoo in bagno.
Al compimento del fatidico sesto anno e con l’inizio delle scuole però vuoi non metterle in mano un libro vero, a ‘sta creatura?
La scelta – non mia, perché a sei anni ero troppo impegnata a imbottirmi il naso di polistirolo e a saltare di testa giù dalle scale – ricade su un classicone, un libro che dai, non può non piacere a una bambina.
Piccole donne.
Siccome bimbaValpur è sì una creatura con scarso istinto di sopravvivenza e la passione per attentare alla propria stessa vita, ma anche una marmocchia d’indole buona e obbediente, non si oppone alla proposta e, diligente, si siede con le gambotte incrociate e inizia a leggere.
E ad annoiarsi.
E a odiare TUTTE le protagoniste, ma soprattutto Santa Beth e quella piaga di Jo.
E a scrutare con affanno l’immensa libreria di famiglia chiedendosi: “Aiuto. Ma sono tutti così i libri?”.
Infatti, dopo quel primo assaggio, tale è il trauma che suddetta bimbaValpur ha un rigetto fortissimo per tutto ciò che è letteratura.
Un lato poco gradevole del mio carattere, in effetti: ho avuto lo stesso rapporto con la musica (mi toccava suonare il pianoforte e io ODIAVO suonare il pianoforte), rifiutata in toto fino alla pubertà. God bless gli ormoni che mi hanno fatto capire quanto mi sbagliavo.
Per due lunghi anni non ho letto nulla, a parte fumetti e qualche rivista. Nessun libro, nessuna storia, niente di niente.
Ero fermamente convinta che, così come mi era stata sulle balle Jo, avrei detestato ogni altro protagonista.
Per fortuna sono rinsavita. Il merito è stato tutto di Michael Ende e del suo meraviglioso “Le avventure di Jim Bottone”, arrivato in casa per puro caso come regalo di nemmeno mi ricordo più chi. Grazie, signor Ende, da parte mia e da parte dell’intera industria libraria italiana che mi sottrae tanta parte dello stipendio.
Dopo Jim Bottone, infatti, non ho praticamente più smesso di leggere.
In pratica l’ormai dimenticato autore di quel dono è l’equivalente di chi spaccia chetamina fuori dalle scuole medie. Ha creato una tossica.
Il che non mi dispiace affatto.

Tutto questo sproloquio (no perché io adoro raccontare di quanto Piccole Donne sia stato un trauma infantile), comunque, è un mio modo un po’ deviato per fare gli auguri alla cara, vecchia Louisa May Alcott.
Forse se ti rileggessi ti apprezzerei. Forse finalmente mi rivedrei in Jo e la giudicherei con meno astio.
Però probabilmente continuerei a tifare per la scarlattina di Beth.

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