Sri Lanka, un reportage semiserio

Alcune domande sono tipiche del periodo vacanziero. Obnubilati dal coma alimentare ci si ritrova indifesi sotto lo scrutinio oscuro del parentado, che sottopone a quesiti che spesso fanno paura.
“Ce l’hai il fidanzato?”
“Quando ti sposi?”
“E un bimbo, eh, quando lo fate?”
Fin qui tutto bene. Si può fingere un soffocamento da canditi, un blocco coronarico da mascarpone, si può decidere che fare coming out davanti alla bisbetica prozia sia l’occasione buona per togliersela di torno.
Ma ce n’è una, di domanda, che non lascia scampo. Non esistono trucchi per schivarla, non si può fare i vaghi sperando che l’ennesimo giro di Vov distolga l’attenzione.
Proviene non già dalla famiglia di sangue ma da quella che ci si sceglie. Dagli amici.
Giunge il momento, intorno ai primi di dicembre, in cui lo spettro dell’interrogativo inizia ad aleggiare tra le fila dei sodali.
“Cosa si fa a Capodanno?”
Ho visto gente tremare. Piangere. Rannicchiarsi al suolo in posizione fetale.
Ma una risposta è necessaria.

Ebbene, io sono una brutta persona. Non solo detesto il Capodanno ancor più del Natale (che, devo ammetterlo, quest’anno è stato incredibilmente piacevole e poco stressante; suppongo sia una tattica a lungo termine per cogliermi di sorpresa l’anno prossimo), ma ho pure una morale discutibile.
Piuttosto che angosciarmi per trovare un posto in cui ubriacarmi e addormentarmi alle undici e mezza prima di dare spettacolo (non reggo l’alcol eppure ogni volta ci provo e collasso al terzo bicchiere di prosecco) passo l’intero anno a scoiattolare via i miei averi per potermi permettere una fuga al caldo con Fidanzato <3. Così mi evito il cotechino che mi fa schifo, i botti che sono una roba da cazzimosci che hanno bisogno di rompere le palle al mondo e farsi saltare le dita per sentirsi abbastanza uomini e gli odiosi countdown.

Quest’anno, su suggerimento della collega che c’era stata quest’estate, la scelta ricade sullo Sri Lanka, Paese di cui non sapevo praticamente nulla a parte che è di fronte alla regione indiana dove ci sono i marò. Non ho neanche provato a riportarli a casa, shame on me.

Ecco com’è andata.

26 dicembre

Giorno di partenza. Ancora impegnati nell’elaborata digestione dei diciotto cenoni/pranzi/abbuffate tra famiglia e amici i nostri due eroi (io e Fidanzato <3, non i marò) si svegliano all’alba delle sette e mezza e si dirigono in Aeroporto. In valigia – per ciascuno un catafalco in cui ci sta comodamente un cadavere – un numero imprecisato di magliette, costumi da bagno e litri di crema solare, che tra tutti e due non abbiamo un’oncia di melanina in corpo.
Il volo prevede tappa a Roma e poi via per Colombo.
Per precauzione arriviamo in aeroporto alle otto, tipo. E la partenza è prevista a mezzogiorno.
Lo strazio dell’attesa. Com’è come non è, comunque, ci si imbarca e lo scalo non ci fa perdere la coincidenza (cosa che mi aspettavo perché sono di base un po’ sfigata).
Sul velivolo Srilankan Airlines mi viene un groppo in gola di commozione. Tutti gli altri anni avevamo volato su orrendi veicoli risalenti al ’15-’18, puzzolenti e coi sedili così stretti che non ci stavo io che sono alta un metro e una banana (Fidanzato ❤ perdeva direttamente l’uso del suo paio di metri di gambe). Questo è pulito. Spazioso. Ci sono degli amorevoli schermini sulla testiera del sedile anteriore in cui guardare dei film. E le hostess sono la cosa più adorabile del pianeta, con la loro divisa pavonata che lascia scoperta la pancia.
Dovrei dormire, lo so. Arriveremo a destinazione alle cinque di mattina locali (mezzanotte e mezza italiana) e il tour parte subito, sarò in coma. Mi metto comoda, rimbocco la copertina e OMMIODDIO MA C’È HARRY POTTER!
E niente, mi sono fatta l’intero viaggio a guardare film che avevo già visto e mangiare. Amo il cibo degli aerei, con quelle porzioncine ordinate che soddisfano il mio vago disordine ossessivo-compulsivo; questo, poi, era di una piccantezza estrema: un avvertimento su ciò che avremmo subito alla meta.

27 dicembre

Inizio ad accusare qualche accenno di morte. Atterriamo vivi e vegeti e procediamo al desk dell’immigrazione; il visto l’avevo già fatto (nel caso vi serva: si riempie un modulino online prima di partire, si pagano trenta dollari e all’arrivo, previa compilazione di un secondo cartoncino, ti mettono il timbro; sic et simpliciter) quindi si fa in fretta. Vengo scrutata con sospetto dall’addetto al desk. Che guarda me, poi il passaporto, poi di nuovo me e inarca il sopracciglio.
“No, guardi, le giuro che sono io. Anche se sembro una bestia di Satana. O una brigatista. Glielo giuro, mi lasci entrare nella sua terra, ho intenzioni amichevoli”.
Non è convinto ma vabbe’, si rassegna.
Al recupero bagagli – di una rapidità commovente – ci accoglie Adeste Fideles cantanto in lingua locale. Straniamento estremo.
L’autista fornitoci dall’agenzia turistica locale si rivela essere Niel, un omino pacifico e tranquillo che ci inquadra subito come due sciattoni con zero attitudine al turismo e una conclamata tendenza a tocchicciare piccoli animali. Carica i bagagli e si parte alla volta della prima tappa, Anuradhapura, una delle vecchie capitali dell’isola.
“Ehi, Niel, quanti km sono fino alla meta?”
“Oh, circa 180”.
“Bella, ci vorranno un paio d’ore!”
“No. Il limite è 70 km/h, ci sono pattuglie di polizia ogni venti cm e quando piove la strada diventa una pista di pattinaggio”.
“M-Ma non pioverà, vero?”
“Questa in teoria è la stagione secca. Sono tre mesi che diluvia. Comunque ci metteremo circa cinque ore”.
Accuso il colpo, appoggio la fronte al finestrino e mi godo il panorama che, lo ammetto, è una figata pazzesca: la pioggia rende tutto così lussureggiante da far riconsiderare il concetto stesso di “verde”. Palme, risaie, alberi di mango sotto un cielo plumbeo che ben presto si rompe in un torrente di gocce grosse come albicocche. Sarà la stanchezza, sarà il jet lag, sarà il ronzio del motore ma mi prende l’abbiocco definitivo, la palpebra assume il peso specifico del plutonio e NO NO NON DEVO DORMIRE! Devo riassorbire il fuso! Posso farcela!
Sono cinque ore d’inferno. Anzi, no, è un’intera giornata d’inferno, perché stare sveglia non è mai stato così difficile. Arriviamo finalmente in vista della meta – una cittadina che, come un po’ tutte quelle cingalesi, sembra crescere attorno alla strada in casette colorate con giardini che soccombono in un modo o nell’altro alla giungla (che qui se non tagli il prato per mezz’ora ti trovi a lottare con le liane che manco il Platano Picchiatore). In molti sembrano rimediare spargendo sale sul praticello, gli altri si rassegnano a vivere con le epifite in casa.
Mentre il sonno minaccia di stroncarmi interviene salvifico il pranzo – e quando si tratta di cibo posso dimenticare tutto il resto – con perplessità dell’autista: “Ma volete mangiare in un ristorante turistico o dove andiamo noi locali di solito?”
Si opta, ovviamente, per il locale locale (eheheh pun eheheh). E qui scopro che:
-il cibo non costa praticamente niente;
-c’è dell’acqua nel cloro che ti vendono in bottiglia (ew);
-il riso al curry è una faccenda fottutamente seria.
Mi aspettavo un piatto con su un po’ di riso lesso e una mestolata di pesce in una brodaglia giallastra, che pure mi piace molto. Mi sbagliavo.
Per la modica cifra di 250 rupie (meno di due euro) vengono serviti:
-un container di riso al vapore, che già mi rende felice perché è uno dei miei comfort food per eccellenza;
-una ciotola con dei pezzi di pesce galleggianti in intingolo dall’inquietante colorito rossiccio (che ovviamente brucia come la morte; qui in Sri Lanka è tutto speziato, piccante o speziato e piccante, se non all’ingresso di sicuro in uscita);
-una ciotola con uno stufato di lenticchie rosse (il dahl, che conosco e amo e che mi tradisce con un pezzetto di peperoncino verde che pensavo fosse un fagiolino e che ho masticato di gusto. Ahio);
-una ciotola contenente l’inferno sotto forma di melanzane piccanti che sono sicura di aver sentito dei calabresi inorridire da tanto erano forti;
-svariate ciotole di verdure assortite con curry e/o latte di cocco.
Usciamo che io e Fidanzato ❤ rotoliamo mentre Niel – che mangia come un compattatore e peserà sì e no cinquanta chili – ammette che avrebbe fatto un altro giro.
Finalmente in hotel, un posto ingannevolmente carino e silenzioso, l’autista ci lascia e il letto mi guarda con fare lascivo e io penso che NO NO NO IL JET LAG CAZZO devo rimanere sveglia. Le successive quattro ore trascorrono girando come zombie per il quartiere, senza altro obiettivo che rimanere svegli e farci guardare straniti dagli abitanti del posto perché parliamo con gli animali. Questo lo facciamo sempre, quindi vabbe’, non incolperò la privazione di sonno.
Due ore di lettura, faticosissima perché mi andava insieme la vista (seguiranno nei prossimi giorni le recensioni di ciò che ho letto), e CENA. Finalmente posso andare a letto! Peccato che per la vajassa urlante della camera di fianco. E per la grondaia rotta che, in seguito all’immancabile acquazzone, inizia a ruggire e battere contro la parete. E per le rane. E i cani. Tutto questo mi è stato riferito, comunque, perché io alle otto sono collassata per riaprire gli occhi undici ore dopo più stanca di prima.

28 dicembre

Per la prima volta, invece che stare a far la muffa in un villaggio con sporadiche escursioni giusto per darsi un tono, abbiamo scelto un tour personalizzato: rovine e animali. Questo implica sveglia presto tutti i giorni, con punte di sadismo che sono valse la levataccia, e si inizia alzandosi alle sette.
Prima tappa: la Città Sacra, un insieme di templi e stupa (santuari a forma di tetta) (scusate, la blasfemia fa parte di me. E comunque le tette sono belle) tra cui spicca lo Sri Maha Bodhi, il ficus sotto cui si racconta che il Buddha abbia raggiunto l’illuminazione.

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In più SCIMMIE! Scimmie dappertutto! Adorabili omini pelosi che rubano le offerte e fanno la cacca sui fedeli e in generale si comportano come farei io se non esistesse una cosa che si chiama “rispetto”.
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Al pomeriggio si parte per il primo safari. Wilpattu, parco naturale in cui se fai un passo fuori dal sentiero vieni ingoiato dalla giungla e di te non si saprà più nulla. In effetti non è che si veda molta fauna, ma io mi entusiasmo facilmente e passiamo venti minuti a osservare due bufali a mollo che ruminano e rappresentano probabilmente il mio obiettivo di carriera nel futuro.
Facciamo anche una scoperta che destabilizza i dieci anni di istruzione universitaria che mi porto dietro:
-le iguane qui sembrano varani;
-i camaleonti sembrano iguane;
-per un facile sillogismo ci si aspetterebbe che i varani sembrino camaleonti, e invece sembrano proprio varani anche loro.varano
Due metri di lucertolone e una cretina che ci si fa i selfie.

29 dicembre

Lasciamo Anuradhapura all’alba alla volta di Sigirya, che visiteremo domani e da cui mi aspetto grandi cose. Di nuovo i pochi chilometri richiedono ore, nonostante le strade siano in condizioni più che accettabili.
E sapete di chi è la colpa?
Dei FOTTUTISSIMI TUKTUK.
Ape car riadattati al trasporto di un numero imprecisato di passeggeri che si infilano in ogni spazio libero sulla carreggiata, occupano parcheggi e generano traffico.
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Automobilisti e tuktkkisti sono nemici per natura. Come i ciclisti e i tuktukkisti. Come i camionisti e i tuktukkisti. Come i tuktukkisti e gli altri tuktukkisti! (semicit.)

Qui in Sri Lanka ho capito due cose riguardo il trasporto su strada:
-se sei un pedone non hai diritti. Attraversare sulle strisce o in piena autostrada è un po’ la stessa cosa, di base tutti cercheranno di ucciderti e continueranno a suonare il…
-… clacson. Che sembrerebbe essere alla base di un complicato sistema di comunicazione tra autisti che prevede di suonarlo ossessivamente in qualsiasi circostanza (ti sto sorpassando? Suono per avvisarti. Mi stai sorpassando? Suono per dirti che ho visto. Ci sono gli sbirri? Suono. Gli elefanti? Suono. Ti devo mandare a cacare? Suono. Devo ricordarti di comprare un litro di latte e sei uova? Suono).
Inizio a convincermi che moriremo male.

Nel pomeriggio nulla di complicato: Ritigala, il primo degli immensi Buddah scolpiti nella roccia cui faremo visita.
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La figaggine del nuovo hotel è inenarrabile. C’è una vasca idromassaggio in bagno. E la doccia non ha il soffitto, solo una fitta rete vista giungla; nella notte veniamo visitati da una rana che cade da suddetta rete. Inseguimenti lenti per recuperarla e una domanda che ci tormenta: “Ma se entra una rana… potrebbe entrare anche qualcos’altro…”
Le tarantole, comunque, ce le siamo tenute per un altro giorno.
A cena due enormi tavolate, una di tedeschi e una di giapponesi, cicalecciano ciascuna per conto proprio. Il mattino dopo le troviamo unite e affiatate. In quanto italiani e conoscitori della storia ci prepariamo all’alleanza, pronti a saltare sul carro del vincitore all’ultimo minuto.
Il tragitto verso l’hotel, fatto col buio, ci delizia con la sorpresa di svariati elefanti sul ciglio della strada. Qui da noi ti attraversano le nutrie, in Sri Lanka gli elefanti. Con la stessa flemma e lo stesso rischio investimento.

Nota seria: molte agenzie offrono di fare safari a dorso di elefante. Ora, fate un po’ come vi pare, ma vi chiedo, se vi capita, di fermarvi a guardare queste bestie. Di guardare negli occhi questi pachidermi immani con le catene al collo e le ciglia lunghe, con la testa bassa e i ceppi alle zampe. Guardateli e trovate il coraggio di far parte di questo sfruttamento, se ci riuscite e se siete capaci di non provare vergogna. Perché io uno di questi animali in cattività l’ho visto e mi si è spezzato il cuore; volevo solo chiedergli scusa.
Ovviamente noi ci siamo rifiutati di far parte di quest’abominio; se però proprio ci tenete (e non pensate che sia felice di non aver potuto accarezzare un elefante, eh) siate almeno accorti ed evitate come la peste i baldacchini. La schiena di un elefante, per quanto grande sia, non è fatta per sopportare il peso di tre-quattro persone più quello della struttura, è una questione di curve fisiologiche della colonna. Chiedete di cavalcare da soli e sulla nuca dell’animale, dove non gli darete troppo fastidio.

30 dicembre

Altra sveglia all’alba (ormai ci si abitua) per visitare Sigirya, rocca in mezzo alla giungla su cui, qualche decina di secoli fa, un re con un passato torbido di padri sgozzati e fratelli esiliati (il tutto così fico che ne uscirà un romanzo, ve lo dico io. Sto già plottando) ha costruito il suo palazzo. Un re che in più mancava anche di senso della misura, visto che la rocca era stata scolpita a forma di testa di leone con accesso attraverso le fauci e decorata lungo le mura di affreschi di donne con le bocce al vento. Tutto molto fico, in realtà.
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Si parte, dicevamo, sul presto onde evitare la calura. Che c’è comunque. Niel ci avvisa: sono 1200 gradini a salire e quasi altrettanti a scendere, ci vorrà un’ora e mezza.
Pfff, dico io. Anni a far gite in Val Formazza mi hanno preparata, cosa vuoi che sia? Iniziamo la scalata e io conto i gradini.
Intorno al trecentesimo vengo colpita in piena faccia dalle condizioni meteo:
-33 °C
-umidità del 100%
Ho giusto un attimino di collasso ma mi incaponisco e riesco a raggiungere la vetta, con un altro paio di tappe per annunciare la mia morte imminente che poi non è arrivata.
Ne valeva la pena? Ne valeva la pena.

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Il ghiacciolo e la cocacola gelata acquistati prima dell’uscita sono probabilmente le cose più buone mai assaporate in vita mia.
Si prosegue per Polonnaruwa, gran bel sito archeologico concettualmente non dissimile da Pompei ma pieno di alberi verdissimi e degli immancabili cani.
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Cani, dicevamo, che sembrano essere in ogni dove. Meticci frutto di decenni di incroci completamente randomici che finisco per somigliare smaccatamente a degli Akita Inu.

Nota seria: sono cani ferali, non aggressivi per conto proprio ma quando sono in branco o vengono avvicinati con troppo entusiasmo possono diventarlo. E non sono cani sani nè felici: pieni di parassiti, tutti con la rogna, moltissimi con la rabbia. Il randagismo è un problema grave, frutto di una ancora scarsa sensibilità sul tema e di politiche demenziali. A metà degli anni ’90 sale al potere un presidente la cui figlia, veterinaria, ottiene di vietare per legge l’uccisione dei randagi. Nobile gesto, sacrosanto, peccato che non abbiano pensato di aggiungerci anche delle strutture di raccolta e dei piani di sterilizzazione. Che sono costosi e richiedono un’attenta pianificazione, ma sono anche l’unico modo per evitare che queste povere bestie vadano in giro a figliare come se non ci fosse un domani, finendo per morire di stenti o di malattie. Prendete esempio e ricordate che sterilizzare i propri animali è un gesto di amore e di civiltà (se siete tra quelli che “Nnnnoooo! È contro naturah!” e poi lasciano che i propri pet figlino in continuazione vi pregherei di andare a cacare, grazie).

31 dicembre

Ci spostiamo verso Kandy, altra capitale (ce ne sono state un po’ prima di Colombo, a quanto pare). Tappa per visitare Dambulla, complesso di templi buddhisti con un tocco di induismo – le religioni, qui, sembrano convivere senza grosse menate – alloggiato in una serie di grotte.
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Ed è subito Spirited Away

Altri scalini. Altre centinaia di scalini; io l’avevo detto ai miei polpacci di non lagnarsi, ma quelli non si decidono a tacere.
La scarpinata vale pienamente, nonostante il caldo torrido le grotte sono abbastanza fresche e le statue e affreschi notevoli.
E poi c’è lui, il bizzarro piccolo uomo barbuto dal passato ignoto che ho subito ribattezzato il Thorin Oakenshield d’oriente.
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Pianto un capriccio epocale e, sfidando il colera, ottengo di acquistare prima del mango e poi un cocco dai venditori ambulanti. Il mio intestino però non fa una piega; l’unico problema sono le solite scimmie che cercano di derubarmi. Dannati omini pelosi!
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Arriviamo in hotel e facciamo la triste scoperta. C’è il veglione di Capodanno.
A tema.
E il tema è l’ESERCITO.
Ora, io odio queste cose, l’ho già detto. E il tema è pure di pessimo gusto (qui la gente si ammazzava fino a tipo due anni fa, dai). Soccombo all’ineluttabile e abbozzo solo perché i camerieri e gli impiegati dell’hotel si stanno davvero impegnando un sacco. Hanno dipinto camouflage l’intera parete interna dell’albergo.
Prima ancora di aver deposto le valigie, però, il nostro Niel ci strappa dalle comodità dell’hotel e ci trascina in pellegrinaggio al Dente di Buddha (noi abbiamo teste di santi e chiodi di croce, loro il dente). Una ressa indicibile, un vago attacco di panico da claustrofobia e una sbirciata al sobrio insieme di sette teche con sette chiavi custodite da sette monaci diversi, il tutto – a parte i monaci, immagino – d’oro massiccio tempestato di gemme. Alla faccia dell’ascetismo.
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Rientriamo giusto in tempo per il veglione. Yeeee.
L’immensa quantità di ottimo cibo mi tiene sveglia per la cena, il Fidanzato ❤ inflessibile fino a mezzanotte. Buon anno e finalmente buona notte, va’.

1 gennaio

Iniziamo il 2016 con un lungo – lunghissimo – e meraviglioso giro all’orto botanico di Kandy.
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Non penso di averne mai visto uno così immenso e così impressionante, e in effetti la guida ci conferma che è uno dei cinque più belli al mondo. Il buon Niel, ormai rassegnato ad avere due biologi sul groppone, mi rende una bimba felice portandomi a vedere l’incredibile colonia di volpi volanti che vive nel parco. Migliaia di pipistrelli giganti appesi a testa in giù che pigolano, strillano, si fanno aria con le ali e, soprattutto, cacano. Copiosamente.
Dopo lo slalom nel guano e una tappa cesso in compagnia di un ragno grosso come la mia mano risaliamo in auto per raggiungere le montagne di Nuwara Eliya e le piantagioni di tè.

IMG_1806.JPGCi accoglie il gelo. Umido freddo che non sfigurerebbe nel novembre meneghino, con nubi basse gonfie di pioggia e vento tagliente. I tropici ce li siamo lasciati a valle, lontani settanta km di tornanti. Rimaniamo meravigliati dal cambio di clima e dal panorama; ci sfondiamo di tè più di quanto non faccia di solito e ci rannicchiamo nell’hotel (più che altro un rifugio a gestione familiare, con camera tanto fredda da richiedere un artigianale sistema di riscaldamento tramite phon).
Ceniamo da soli e in un’atmosfera silenziosa, quasi surreale. E poi nanna presto, che domani si smette di svegliarsi all’alba e si comincia ad alzarsi a notte fonda.

2 gennaio

Se avevo pensato di avere avuto freddo e di aver conosciuto il terrore in auto non avevo ancora capito niente. Alle cinque saliamo su un pullmino guidato da un folle che sgasa e fa i tornanti col freno a mano tirato per un’ora che farebbe cacar sotto persino Toretto. Velocità folle su strada viscida, buia e con una nebbia che Pavia in confronto non è nessuno.
Arriviamo alle Horton Plains per un sobrio trekking da dieci km in montagna. Sotto la pioggia. E al freddo.
In realtà non mi peserebbe neanche, perché il posto è davvero notevole e la passeggiata piacevolissima; mi dispiace solo un sacco che la nebbia (che nebbia non è ma nuvole) ingoia il panorama. Quantomeno però le cascate ce le possiamo godere.
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Via dai monti, si torna in pianura e al caldo. Un po’ ne gioisco, perché per i brividi ho ancora tre mesi di tempo a casa.
L’hotel – si può chiamare così? – a Uda Walawe è subottimale. Spartano, e non sarebbe un problema, un po’ zozzo, e questo lo è. Il personale si perde durante la cena e sparisce per ore, ma dopo aver visto cosa abita in quest’angolo di giungla li capisco e li piango morti. Salvo Fidanzato ❤ da un ulteriore gigaragno con scatto felino e agile mossa di ciabatta che mi fa sentire più Xena di Lucy Lawless; nel cuore della notte, avvolti in lenzuola che hanno qualcosa che non va (no, giuro: io sono alta un metro e mezzo e queste non erano neanche sufficienti a coprirmi le caviglie) una volpe volante o altro animale alato di dimensioni ragguardevoli ci si schianta sul tetto causando attimi di panico.

3 gennaio

Ci si alza col buio e si va a fare un ulteriore safari; Uda Walawe ci delizia con una trafila infinita di pavoni, che qui sembrano essere ovunque, e di junglefowl. Dei polli di foresta, in soldoni. L’animale simbolo dello Sri Lanka.
Ora.
Avete i leopardi.
Avete gli elefanti.
I cobra.
I bufali.
Un numero imprecisato di rapaci meravigliosi.
Proprio i polli vi scegliete come simboli? Cioè, son carini eh, ma… sono polli. Di foresta, ok. Ma fanno comunque coccodè.
Il giro raggiunge il suo picco con la mia esclamazione tra l’entusiasta e l’isterico:
“OOOOH! Un gattyno!”
No, non proprio. Ecco ciò che abbiamo visto (la bestiola si è avvicinata ulteriormente ma io ero troppo impegnata a fare versetti idioti per fotografarla).
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Il gattyno si è rivelato essere un gatto di foresta o Felis chaus, raro e difficilissimo da vedere. Inutile dire che sono così estasiata da tentare di raccontare l’accaduto persino al simpatico elefante che ci saluta dal ciglio della strada.
Pomeriggio: altro giro altri animaletti! Il Bundala National Park è una deliziosa scoperta di quiete e stormi di uccelli, laghi coperti di loto e fiori. Se i parchi precedenti erano grovigli di giungla impenetrabile, questo sembra un giardino. In cui il prato viene curato da Fidanzato ❤ ed è quindi verdissimo e ordinato, quasi all’inglese, mentre il resto è di mia competenza ed è un casino rigoglioso.IMG_446
Pavoni, pavoni ovunque.

Tra manguste, tartarughe e il coccodrillo più grande che abbia mai visto posso dire che questo è forse il luogo più bello visitato in Sri Lanka.

4 gennaio

Raggiungiamo il record con levataccia alle quattro di mattina per andare allo Yala Park dove, ci assicurano, è impossibile non vedere i leopardi.
Infatti non ne abbiamo visto mezzo, anche se ne abbiamo sentito ruggire uno prima ancora di entrare.
In compenso, dopo ore di sobbalzi sulla pista di terra più scalcinata che abbia mai calcato (la mia schiena non si è ancora ripresa) (e non che prima stesse bene), ci si para davanti questo.
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Dicasi sloth bear, o Melursus ursinus inornatus. La nostra guida allibisce un po’ per la sfiga di non aver visto i leopardi e un po’ perché nemmeno lui, in tanti anni di lavoro, era mai riuscito a vedere quell’orso.
E noi ce lo godiamo a tre metri di distanza mentre grufola per scavar via delle termiti dal terreno.

E niente, la vacanza sta proprio finendo. Ripartiamo per l’aeroporto, dove arriveremo dopo sei ore di viaggio con tappa nella trascurabile Galle, città coloniale che sarà anche bellina ma è una vera e propria trappola per turisti, con prezzi esorbitanti (per ciò cui ci siamo abituati nello Sri Lanka rurale, s’intende) e gioiellerie ogni tre metri.
Niel ci mancherà, è stato un’ottima guida, pacata e aperta alle nostre esigenze.
Ci scarica a Colombo con quelle sei ore di anticipo sul volo che ci permettono di fare le cose con calma, di annoiarci e di patire la fame perché i ristoranti sono tutti dopo il check in. A bordo crollo prima ancora che vengano chiuse le porte e mi risveglio dopo sei ore con dolori in parti del corpo che non ricordavo nemmeno di avere.

5 gennaio

Siccome quando qualcosa può causarmi ansia lo farà siamo pure mezz’ora in ritardo. Che non sarebbe nulla, se non fosse che facciamo scalo a Roma e abbiamo un’ora scarsa per prendere la coincidenza.
Segue, quindi, una corsa demenziale giù dall’aereo e sul pullman e tra un terminal e l’altro con annessa storta alla caviglia; arriviamo al gate con un quarto d’ora d’anticipo convinti di essere in ritardissimo perché ci siamo dimenticati che il fuso orario è di quattro ore e mezza e non cinque.
Ma ce la facciamo, atterriamo a Linate sconvolti ma vivi. E nonostante i lterrorismo dell’addetta al lost&found (“No, mi spiace, i bagagli del volo da Colombo sono rimasti a Roma, arriveranno nei prossimi giorni” seguito da suddetti bagagli che arrivano pacifici sul nastro) riusciamo pure a recuperare i nostri averi.
Milano – casa – ci accoglie con l’aria gelida del mattino. Io e Fidanzato ❤ ci voltiamo decisi a tornare indietro e ripartire.
Ma a casa ho i gatti, e mi mancano. Ho tanto da scrivere, tanto da fare e ammetto che la mia vita di tutti i giorni mi piace abbastanza da essere contenta di riprenderla.
Intanto, però, mi progetto la prossima vacanza.

(Per chi fosse interessato: l’itinerario e la guida li abbiamo presi qui. Sono bravi e disponibili)