“Harry Potter and the Cursed Child”: no, non ne avevamo davvero bisogno.

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[ATTENZIONE SPOILER A MANETTA]

C’era una volta – tanto, tanto tempo fa – tanto, davvero – una Giovane Valpur circa diciassettenne. Questa Giovane Valpur, col suo cuoricino ancora tenerello e fatto di sugar&spice invece che di catrame, astio e ansia, nel riprendersi dalla prima, cocente delusione d’amore si dedica dapprima alla visione, quindi alla lettura delle vicende di questo maghetto che si chiama Harry Potter. Correva l’anno duemilaepochissimo e l’Ordine della Fenice non si era ancora affacciato alle librerie.
Sarebbe accaduto di lì a qualche mese e avrebbe segnato l’inizio di una tradizione breve ma intensa: aspettare l’avvento del nuovo capitolo della saga, chiudersi in camera al buio con solo una lucina e una scorta di dolci e divorare pagina dopo pagina – in un inglese all’epoca ancora un po’ zoppicante ma pieno di zelo e buone intenzioni – l’intero tomo prima del sorgere del sole.
Begli anni. La passione non cala e si incastra saldamente tra le fibre dell’essere della Sempre Meno Giovane Valpur, nonostante quel filino di delusione per l’epilogo molto meh.
Flashforward: 2015. O 2016, chi si ricorda. Comunque la Decisamente Non Poi Così Giovane Valpur apprende, insieme al resto del mondo, che ci sarà un’ottava storia ambientata nel Potterverse, “Harry Potter and the Cursed Child”. Protagonista la nuova generazione, quella pletora di marmocchi dai nomi che viaggiano tra l’imbarazzante e l’inquietante (“Ciao, ti chiami come il preside che mi ha manipolato per metà della mia vita e come secondo nome hai quello dello stalker di tua nonna morta MA TRANQUILLO TI VOGLIO BENE”) (Questo in effetti spiega parecchie cose che vedremo più avanti) figli di genitori illustri.
Non un libro, occhio: uno spettacolo teatrale che ha debuttato in quel della perfida Albione a inizio giugno 2016. In quei giorni su Twitter impazza l’hashtag #keepthesecret, ovvero un invito a chi avesse assistito alla premiere a non divulgarne la trama. L’internet risponde con una sonora pernacchia e iniziano a leakare informazioni.
Informazioni
deliranti.
Inquietanti.
Si parla di una figlia di Voldemort cugina di Cedric Diggory che è tipo un Mangiamorte.
Le grasse risate proprio: non poteva che essere una farsa, un modo bizzarro per depistare i curiosi. Figuriamoci, robaccia del genere manco nella peggiore delle fanfiction con le
Mary Sue Kattyve coi capelli di colori improbabili e il sangue di unicorno!
L’interesse dura il giusto; c’è chi ci crede, chi no, chi preferisce soffermarsi sulla scelta di un’attrice di colore per Hermione. Quest’ultimo sembra essere il problema principale, la maggior fonte di flame e litigate online. Posto che la qui presente ritiene che il problema non si ponga – teatro e cinema sono due media diversi e quindi sticazzi per il casting, se hanno scelto una tal attrice sarà ben la migliore per quel ruolo – e posto che la Rowling dovrebbe riflettere un paio di volte prima di rilasciare dichiarazioni online – capisco che il volemosebbene è cosa buona e giusta, ma definire sia Emma Watson che
Noma Dumezweni come “perfette per Hermione” mi fa sorgere qualche dubbio su una delle due – se ne sono lette davvero di ogni; razzismo spudorato o mascherato da purismo letterario, elucubrazioni sull’incarnato di Hermione brandendo il catalogo Pantone…
Oh, sweet summer children. Ma davvero pensavate che fosse QUESTO il problema reale di The Cursed Child?
Folli.
Giunge, nel mentre, la fine di luglio e con essa la release ufficiale dello script di “Harry Potter and the Cursed Child” sotto forma di libro. Hype per me non pervenuto: me ne fregava pochissimo, al punto da ricordarmene giusto allo sbarco a Gatwick vedendo le pile di libri in aeroporto.
“Ma sì”, mi sono detta. “Leggiamolo”.
Ora so. Ora capisco: quel disinteresse, quel dimenticarmi dell’esistenza stessa dell’opera era un tentativo del mio inconscio di proteggermi.

Perché, signore e signori, “Harry Potter and the Cursed Child” è una delle ciofeche più improbabili che io abbia mai letto. Sono davvero allibita da tanta bruttezza: se avessi avuto delle aspettative non so cosa sarebbe successo! No perché quelle voci, quelle informazioni ridicole erano vere.
Erano.
Tutte.
VERE.

Ora, immagino sia cosa nota la mia discreta esperienza in ambito di
fanfiction. Mi piacciono le fanfiction brutte, trash e demenziali. Ma innanzitutto sono gratuite, sono scritte per divertirsi e non c’è dietro un’autrice più ricca di Queen Lizzie che ci caccia questo scempio in mezzo al canon!

Ma andiamo con ordine.
Nell’approcciarsi a “Harry Potter and the Cursed Child” occorre tener presente che non è un romanzo ma uno script: niente descrizioni, solo dialoghi e poca introspezione. E meno male perché la poca che c’è fa venir voglia di percuotere i personaggi con una putrella di ghisa. Non sarà quindi della forma che mi lamenterò.
Il dramma è la sostanza: la trama è inconsistente e in costante contraddizione con i sette libri precedenti (con strafalcioni anche grossi che vedremo più avanti), i personaggi sono nella quasi totalità (una singola eccezione) simpatici come le emorroidi dopo un’indigestione di cibo messicano. I vecchi sono più OOC che IC, i nuovi sono insopportabili e campati per aria.

Il sipario si apre – è proprio il caso di dirlo – con la stessa scena che ci aveva salutati alla fine dei Doni della Morte: siamo al binario 9 ¾ e Albus si appresta a iniziare Hogwarts. Ansia da prestazione, non voglio finire a Serpeverde, vai tra figliolo che ti voglio bene lo stesso, e comunque lo stalker di nonna morta era Serpeverde. Sta’ sinz penzier.
A bordo dell’Espresso Albus (non chiamatelo Al che mi si incazza, oh) fa amicizia con l’unico personaggio che non ho desiderato schiaffeggiare con lo scopino del cesso per tutto il libro:
Scorpius Malfoy. Poraccio, con un nome del genere non poteva che saltar fuori un disagiato, e infatti Scorpius è un piccolo nerd sfigatissimo e scodinzolante che tutti odiano perché – rullo di tamburi – pronti al primo WTF del libro? – girano voci che sia figlio di Voldemort.
Let that sink in.
Figlio.
Di.
Voldemort.
Che si sa, Draco a quanto pare aveva la conta spermatica bassa e quindi Lucius ha mandato indietro nel tempo mamma Astoria per farla ingravidare da Voldemort.
No, questo almeno per fortuna non è vero, ma direi che si inizia a intuire il livello di WTFaggine del tutto.
Già in questa prima scena compare la mia nemesi, il mio odio incarnato: Rose Weasley (ah, facciam finta che sia figlia unica, che tanto Hugo non viene mai neanche nominato. Idem per James e Lily jr. che vengono citati di sfuggita ma in realtà sono dei cartonati). La figlia di Hermione – della coraggiosa, egualitaria e battagliera Hermione – se ne esce con “Albus, non puoi sederti con lui, è un Malfoy! Che schifo! Dovrebbe avere una fila di sedili per quelli come lui bleah!”.
Rose che è sostanzialmente un pregiudizio ambulante, che dà retta ai pettegolezzi e diventa una bulla non riesco ad accettarla. Per fortuna Albus e Scorpius diventano amici (e già da pagina tre io tifavo per il limone che non c’è stato) (La Rowling è stata vigliacca in più di un senso e ne parleremo dopo) e il Cappello li smista entrambi a Serpeverde.
Qui parte il dramma. Albus ha i complessi di inferiorità e quindi inizia a odiare suo padre. Che nel frattempo è regredito ai quindici anni urlanti e scleranti dell’Ordine della Fenice, perché nel corso della storia fa e dice cose ORRIBILI (tra cui ammettere che a volte vorrebbe che Albus non fosse figlio suo o gridare in faccia a Sua Maestà Minerva McGranitt “Che cazzo ne sai tu di figli che non ne hai mai avuti”. Io ero sconvolta).
Gli anni passano in fretta e non ci si sofferma troppo: spettacolo teatrale, tempi contingentati eccetera. No problem.
La trama prosegue con Albus e Harry che si odiano sempre di più, Ginny non pervenuta, Ron che ogni tanto salta in scena solo per ricordare che esiste e altro nonsense assortito. Mamma Astoria muore e la cosa viene smaltita in tre righe, e ok che è uno script e non un libro, però insomma, così è davvero squalliduccio.
Il trigger per l’intera vicenda è la comparsa del vecchio Amos Diggory e della sua badante-nipote
Delphini (no ma bel nome anche tu eh). Amos chiede a Harry di tornare indietro nel tempo con la Giratempo scoperta in possesso di Theodor Nott per salvare Cedric durante il Tre Maghi. Harry ha un guizzo di buon senso e gli dice che dev’essere la senilità a parlare, ma accusa il colpo. Albus nel mentre fa amicizia con l’ultraventenne Delphi e i suoi capelli argentati e blu. L’odore di fanfiction si fa sempre più intenso ma andiamo avanti.
Delphi si offre di aiutare i due pischelli – Albus e Scorpius, il fido sidekick – a recuperare suddetta Giratempo: devono solo fuggire dall’Espresso di Hogwarts e correre in ufficio da Hermione – Ministro, lo sappiamo – che custodisce l’ultima Giratempo.
E qui piovono
WTF come se non ci fosse un domani. Prima la strega del carrello dei dolci si scopre essere un mostro secolare messo lì per impedire agli studenti di scendere dal treno; pare che i Malandrini e Fred&George ci avessero provato… ma non ha senso. Suddetta strega infatti è una creatura mostruosa con tanto di artigli affilati pronta a scagliarsi contro gli studenti; buttata lì così dopo sette libri non regge, soprattutto perché Albus e Scorpius non mettono in atto chissà che stratagemma. Si limitano a saltar giù dal treno e ciaone. Si rimane lì così, un po’ appesi, di fronte a queste trovate troppo facilone, diciamo pure stupide.
Stupidità che troviamo anche – incredibile – in Hermione. Hai un manufatto che doveva essere stato distrutto e cosa fai? Lo nascondi. In ufficio. Lasciando in giro millemila indizi e sciarade per far sì che venga trovato. Sbaglio o non ha senso? Così come è ridicolo far saltare fuori della Polisucco (ricordiamo, una delle pozioni più lunghe e difficili da produrre, con potenzialmente effetti indesiderati gravissimi) dal taschino di Delphi per permettere ai due ragazzi di infiltrarsi al Ministero.
Long story short, Albus e Scorpius iniziano a fare avanti e indietro nel tempo per cercare di:
-salvare Cedric;
-no, cazzo, se lo salviamo non nasce Rose!
-però aspetta, se lo umiliamo per non farlo arrivare in fondo alla terza prova si prende male e diventa Mangiamorte;
-aspetta aspetta stiamo incasinando l’universo.
Sì perché questi due deficienti viaggiano nel tempo un numero improponibile di volte, visitando ogni volta un universo differente e terribile: c’è appunto quello in cui Rose non è nata perché Ron è rimasto con la Patil e Hermione è diventata una professoressa acidissima perché zitella, c’è quello in cui ha vinto Voldemort e tutto invece che essere creepy e spaventoso è imbarazzante.
La Rowling – o più probabilmente i suoi coautori – fa un casino pazzesco con i viaggi nel tempo. Sembra di essere in quella puntata dei Simpson in cui Homer sbaglia a riparare il tostapane.
Saltabeccando tra un passato diverso e un futuro alternativo salta fuori che Delphi, nell’ordine:
-non è nipote di Amos Diggory;
-adesca i minorenni (è super inquietante il suo atteggiamento verso Albus, giuro);
-fa dentro e fuori da Hogwarts senza che nessuno si ponga il problema di un’ultra ventenne sconosciuta in giro per i corridoi;
è figlia di Voldemort e Bellatrix (chiediamoci tutti “ma quando cazzo l’ha partorita?”), allevata da Rodolphus Lestrange (che di preciso quando sarebbe uscito da Azkaban, visto mi risulta sia stato arrestato dopo la Battaglia di Hogwarts?) in quanto importantissima per una profezia che parla del ritorno di Voldemort (sì ma profezia fatta DA CHI? QUANDO? COSA?) e bramosa di conoscere il vero padre.

Dai, su. Vi lascio qualche minuto per immaginarvi il coito. Divertitevi. Una roba tipo l’hawkward hug a Draco alla fine dell’ultimo film ma senza vestiti.
Se avete finito di vomitare possiamo tornare a noi.
Da un lato abbiamo Albus e Scorpius che fanno cazzate, dall’altra i genitori che cercano di metterci una pezza. Delphi è tornata di nuovo indietro nel tempo fino al 1981 per uccidere Harry e “salvare” Voldemort dal rimbalzo dell’Avada Kedavra, facendosi da lui conoscere; i due pischelli la seguono e gli adulti fanno altrettanto.
Perplessi?
Ne avete tutte le ragioni. Come fanno Harry&Co. A tornare indietro? C’è solo una Giratempo, l’ultima, quella di Nott!
Ahahah. No.
Deus ex Machina! Yeeee! Draco fa un gioco di prestigio e salta fuori che aveva pure lui una Giratempo in soffitta ma figa eh, tutta d’oro, subacquea e coi brillantini.
No ma tranquillo, ha tutto perfettamente senso.
I nostri eroi si incontrano nel 1981, neutralizzano l’inutile Delphi e non salvano James e Lily senior perché far casino col tempo non è una buona idea. Duecento pagine e ci siamo arrivati finalmente.
In teoria – e anche in pratica perché basta prendere i libri e LEGGERE le prime pagine scritte chiaramente – a Godric’s Hollow, nel prosieguo della scena chiaramente mostrato nella storia, sarebbero dovuti saltar fuori anche Hagrid e Sirius ma niente, non pervenuti.
Il tutto finisce a tarallucci, vino, amore paterno, abbracci e testicoli che rotolano in lontananza.

Vi sembra confuso questo riassunto? Lo è perché tale è il materiale di partenza. Ho tralasciato qualche dettaglio per concentrarmi sul succo della trama, ma fidatevi, non migliora la situazione.
“Harry Potter and the Cursed Child” è problematico su settantordici punti di vista, ma dopo aver mostrato cosa non va nella trama mi soffermerò sulle due note più dolenti.
Innanzitutto i personaggi.
-I giovani sono, come dicevo, trascurabili se non antipatici. James, Hugo e Lily non compaiono, cosa strana perché andando a esaminare i primi tre anni di Albus a scuola avrebbe dovuto interagirci. Ma va bene, va bene, script e non libro, tempi ristretti, quello che volete, ma a casa mia questa si chiama pigrizia. Sciatteria. Scorpius è carino, è tenero e mi sta simpatico; forse i Malfoy sono l’unica nota positiva nell’intero romanzo. Albus è forzato, tormentato per forza, mai soddisfatto, mai capace di porsi obiettivi. È semplicemente antipatico e sono felice di non doverne leggere mai più. Rose è un problema grave per i motivi che ho già espresso. Al di là del suo essere “figlia di”, Delphi non è caratterizzata; è piatta, poco interessante sia come cattiva che come personaggio con cui provare a empatizzare. Lei e i suoi stupidi capelli e il suo tatuaggio pacchiano: non bastano gli accessori per renderti affascinante, cocca.
-I vecchi… dove sono? Tolto Malfoy che mostra di essere cambiato ed evoluto (è un buon padre e mostra di avere un cuore, anche se il cervello non è pervenuto. Una Giratempo in cassaforte per tutto quel tempo? Ma sei serio?) gli altri sono terribili. Harry è un padre inqualificabile, uno che regala al figlio maggiore il suo fichissimo Mantello dell’Invisibilità e al mediano la copertina sgualcita in cui è stato deposto davanti a casa Dursley. Lily si sarà beccata un fazzoletto usato, immagino. Io capisco tutto, l’essere orfano, il peso delle responsabilità… ma questo ritorno al peggio di sé, pronto a insultare chiunque tenti di aiutarlo o gli dica che forse non ha sempre ragione mi è risultato alieno, lo stridio di unghie sulla lavagna. Ron, il leale, coraggioso Ron che accetta di essere il secondo perché il suo amico ha bisogno di lui, si è trasformato in un minchione che fa battute fuori luogo e parla solo di cibo, proprio da miglior – no, anzi, peggior – tradizione ficcynara. La meravigliosa Hermione regge nella cornice dell’opera, nel “presente” effettivo in cui la vicenda si snoda e nella sua versione ribelle nell’universo alternativo “Voldemort vince”, ma la professoressa zitella è offensiva. In uno dei mondi possibili, ve lo ricordo, non sposa Ron che invece si riproduce con la Patil e Hermione rimane da sola diventando una stronza peggiore di Piton… e il tutto perché non ha sposato Ron. Tutto qui. Il suo valore come donna adulta è determinato dal rapporto con un uomo, non da ciò che è – intelligente, caparbia, geniale, pronta a tutto per chi ama – no, è Ron a renderla meritevole di stima. Lasciata da sola diventa una cafona. L’ho trovato ripugnante. A Ginny non va meglio: la combattente di fuoco dei libri (già smorzata e trasformata in noia a pedali nei film) diventa una mamma noiosa e lasciata in un angolino a far la calzetta o poco più. Era l’occasione per farle spaccare qualche culo ma non sia mai che si sottragga screen time all’eroe protagonista.
Gli altri della vecchia guardia, soprattutto Piton e Silente, sono stati piazzati lì per mero fanservice e per ricordarci che ehi, Piton era BUONO LUI AMAVA LILY ERA UN SANTO. No, non è vero, era un uomo di merda che ha rovinato l’esistenza a un bambino la cui unica colpa era di essere figlio delle persone sbagliate. Che poi si sia comportato da eroe è un dato di fatto, ma non facciamo passare Piton per paladino immacolato che anche no.

E adesso passiamo a un altro, immane problema di questo libercolo: queerbaiting. Albus e Scorpius hanno tutte le caratteristiche della coppia. Pagina dopo pagina ci vengono presentati come sempre più legati, spesso in maniera anche “imbarazzante” per loro stessi (sono molto “fisici” nel dimostrare il reciproco affetto). Hanno una bella relazione solida al cui confronto le cottarelle per Rose – da parte di Scorpius – e Delphi – brrrr, da parte di Albus – risultano slavate e messe lì giusto per far capire che oh, non sono mica ghei.
Ma che male c’è? La Rowling, con tutto il bene che le voglio, è una gran vigliacca che ha evitato accuratamente di inserire orientamenti sessuali diversi dalla palese eterosessualità nei suoi main characters, salvo pararsi il culo in corner a saga finita con “Silente è gay”. Ok, va bene, hai sbagliato una volta ma puoi rifarti, puoi regalarci uno spiraglio di arcobaleno in quest’opera nuova.
E invece niente. Scherzone. Tutti etero e amici come prima.

Vedete, “Harry Potter and the Cursed Child” non è solo brutto e pieno di buchi di trama. “Harry Potter and the Cursed Child” è fastidioso, è goffo e raffazzonato, pieno di ingenuità che mi aspetterei da una Valpur diciassettenne che scrive di quel Remus innamorato di Sirius che va a recuperarselo nell’Inferno Dantesco (giuro, l’ho fatto). Che mi aspetterei da noi fanwriter col gusto del trash o semplicemente giovani e naif e poco professionali.
Non dalla madre di quest’universo. Non dalla Rowling.
Non comprate questo libro, davvero.
Ci sono storie più belle lì fuori, mondi immaginari in cui il Potterverse è rispettato e trattato come merita.
Perché quest’ottava storia sarà pure canon, ma è così brutta che mi è venuto il reflusso gastroesofageo.

… e poi il problema era Hermione nera.
Bof.

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“Tanto è fantasy” – la magia

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Guarda, non ti conosco ma mi puzzi già di fantasy brutto.

Sono figlia di quell’ondata editoriale che, una decina di anni fa, venerava il fantasy come frontiera definitiva del “fare i big money coi libri”. Parimenti, sono anche figlia del successivo tracollo che si è tradotto in “il fantasy è invendibile”. Sorvolerò sui recenti e ben poco seri commenti da parte di microeditori che dovrebbero spiegare due cosucce ai loro social media manager.
Ho iniziato a scrivere puntando dritta al fantasy. A dirla tutta avrei iniziato con le fanfiction, ma quello è un altro discorso: quando avevo diciassette anni leggevo (brutti) fantasy che mi piacevano tantissimo ed ero fermamente convinta che quello fosse il non plus ultra dell’intrattenimento a forma di libro. A mia discolpa posso dire di aver sempre avuto ben chiaro che si trattava, appunto, di intrattenimento e non dei massimi sistemi (che confesso mi hanno sempre annoiata un po’) (sono superficiale e pacchiana) (e comunque i boriosi che snobbano l’intrattenimento tout court, loro sì, hanno rotto il cazzo).
Nei miei vecchi scritti (e letti) vedo un sacco di ingenuità e di tendenza a sottovalutare che invece il fantastico nel suo insieme è una faccenda serissima, con delle regole precise da seguire, che richiede disciplina ed esperienza per essere gestito in maniera decente. Non dico eclatante, mi basta che sia accettabile.
Perché insomma, il peggior sgarbo che si può fare a questo genere è rifugiarsi in quella che è la frequente spiegazione di plateali incongruenze: “Tanto è fantasy”.
Un paio di balle, “tanto è fantasy”. Se tu, generico autore che si è preso bene con Dragonlance e Il Signore degli Anelli (rigorosamente il film, che oh il libro sono un sacco di pagine e pure scritte piccole e tu hai il tunnel carpale a tener su un tomo del genere quindi no), decidi di far succedere cose improbabili senza degnarti di imbastire una spiegazione credibile, se metti su un universo che non ha delle regole ma in cui la magia è un giocattolone da usare a casaccio… ecco, generico autore, per cortesia, torna a giocare a Baldur’s Gate che viviamo tutti meglio. Tu compreso, perché quando inizierai a nutrire le tue velleità letterarie e a mandare il tuo cap(r)olavoro agli editori ti arriveranno stroncature senza precedenti e tu ci rimarrai male, magari dicendo “non vengo compreso!”. No, hai scritto una schifezza. Ci siamo passati tutti, tranquillo.
Non puoi preparare una torta senza conoscere la ricetta, ecco tutto.
Qui c’è un’interessante disamina – condivisibile o meno, ma valida – su quelli che sono alcuni punti importanti da tenere in considerazione quando ci si approccia a questo genere, ovvero cosa NON fare.
Volevo aggiungere un elemento assolutamente essenziale quando si tratta di fantasy: la magia. Fatela bene.
L’intero genere si riduce a questo. Hai una storia, hai dei personaggi che fanno cose, crescono (e questo è essenziale, perché non c’è fantasy senza “viaggio dell’eroe”, magari mascherato da qualcos’altro), e nel frattempo succedono cose incredibili. Cose che non si possono spiegare con la fisica o con qualsiasi altra disciplina scientifica.
Per farla breve: le cose impossibili spiegate con pseudoscienza e technobabble sono fantascienza, il soprannaturale magico è fantasy.
Da cosa si distingue un buon fantasy da uno mediocre? Dall’aderenza alle regole. E il primo che mi viene a dire che l’artista è tale perché trascende e infrange queste pastoie viene colpito ripetutamente con Stormbringer. Prima di infrangerle bisogna conoscerle e saperle applicare a menadito, le regole, altrimenti si è solo dei pigri mentecatti. Fine della storia.
Creare un universo significa dare forma a un caos di fantasia e ispirazione che, preso da solo, è interessante forse giusto per l’autore, che ci si crogiola nei momenti di noia. Se però si vuole puntare all’intrattenimento di un lettore… be’, le cose cambiano. Ordine e leggi servono per non confondere l’interlocutore e soprattutto per non far passare il “creatore” per un debosciato che fa cose a caso.
Vado a saccheggiare a piene mani dalle Regole di Sanderson (sì, quel Brandon Sanderson, quello che ha scritto un sacco di libri che mi dicono essere fichissimi ma la cui lunghezza mi scoraggia da anni) e in particolar modo dalla seconda: i limiti devono superare i vantaggi. O almeno dovrebbero, in quella che considero narrativa fantastica fatta bene. Per dire, nella Trilogia dei Lungavista di Robin Hobb, che mi sto godendo immensamente in questo periodo, esistono diverse forme di magia che forniscono soluzioni essenziali per il protagonista. Peccato che una sia vista peggio del Satanismo e causi una regressione allo stadio animale in chi la pratica, mentre l’altra venga appresa tramite enormi sofferenze e dia dipendenza quanto e più di una droga. Il sistema magico è tutto sommato semplice ma efficace. Altro esempio: in Harry Potter la magia fa svariate cose, ma ci vogliono anni di studio per imparare a praticarla e non può essere utilizzata sempre e comunque (Statuto di Segretezza e affini).
Ovviamente la regola è valida in generale; chiaro, se mi metto a scrivere una storia i cui protagonisti sono divinità potrei aver bisogno di paradigmi differenti, ma è importante tenerla presente per non fare gli sboroni senza cognizione di causa. Maggiori sono le implicazioni dell’uso della magia e più specifiche devono essere le regole che la controllano.
Per questo l’esclamazione “Tanto è fantasy!” mi fa salire la pressione arteriosa.

Di Harry Potter, NaNoWriMo e come trasformare una persona normale in una fangirl grafomane.

Se ho cominciato a scrivere è tutta colpa di Harry Potter.
(In realtà un sacco di cose nella mia vita sono colpa di Harry Potter, compresi un paio di fidanzati e svariati amici che adoro).
Correva l’anno 2001 ed era quasi arrivato al capolinea. Io avevo sedici anni e il cuore in frantumi: lui era bello, bello in modo assurdo, con i riccioli neri, gli occhi blu e una testa di cazzo che ancora adesso mi meraviglia. Ovviamente ci eravamo mollati male e la giovaneValpur, in piena fase punkabbestia/odioilmondo/nessunomicapisce/forsemisonospiegatamale, arrancava attraverso un inverno umido e particolarmente deprimente.
La prima delusione d’amore non si scorda mai, no?
Appena dopo l’inizio delle vacanze un paio di compagne di classe, vedendo la giovaneValpur affranta e costantemente sull’orlo delle lacrime (uno spasso avermi attorno, proprio), propongono una serata al cinema.
“C’è ErriPotter!”
“E chi minchia è ErriPotter?”
Erano i giorni in cui il primo film arrivava al cinema. Non poteva fregarmene di meno, ero troppo impegnata a struggermi su un deficiente di diciassette anni. Son cose che richiedono un certo impegno, oh.
Alla fine vinse l’inerzia e passai due ore a sgranare gli occhi davanti allo schermo.
All’uscita ero una persona diversa: una fangirl ossessionata.
Dalla padella alla brace, eh?
Nel giro di due giorni tutto diventò un “MAMMAMAMMAMAMMAvoglioquestilibri!”. Entro marzo avevo recuperato l’intera serie e fremevo in attesa dell’uscita dell’Ordine della Fenice.
Durante quell’attesa accadde una cosa che mi fa sentire anziana e retrograda: finalmente l’internet arrivò nel paesello! Ah, la tecnologia! Ah, i tempi moderni! Ah, il modem 56k che “Staccati da internet che devo telefonare!”.
E nei recessi di Google, tra una visita a Rotten.com e un giro su Freeforumzone, la ricerca di un leak del nuovo libro rivelò un mondo oscuro: le fanfiction.
(In effetti all’inizio non capivo tanto bene perché Harry indossasse un cappotto di pelle alla Matrix e Hermione fosse superabbronzata e con una quarta di seno, ma ehi, ero giovane&scema e ci misi un po’ a capire che no, non era il vero libro).
Per farla breve, dal 2003 al 2008 è stato tutto un susseguirsi di fanfiction di qualità variabile (prima o poi dovrò parlare di quel delirio in cui Remus Lupin scende nell’inferno dantesco per recuperare Sirius con la Forza dell’Amore™) e anche un paio di storie originali. Zero fatica, zero impegno: mi bastava sedermi sul letto, aprire il Rocci prima e il libro di biochimica dopo, fingere di studiare e, musica nelle orecchie, lasciarmi trasportare dall’ispirazione.
Facile, divertente: che ci vuole?
Ci vuole che a un certo punto magari una deve pure laurearsi, il tempo è poco, le scuse per non scrivere tante e ciao, blocco dello scrittore.
Un blocco titanico, tre anni ad abbozzare due capitoli e a buttare via tutto.
E va be’, mi dicevo. Succede. Si cambiano hobby, interessi.

Balle. Ero solo pigra e incostante, così svogliata da privarmi di un’attività che mi fa star bene, e l’ho scoperto grazie al NaNoWriMo.
Che all’inizio io nemmeno riuscivo a pronunciarla, questa sigla che sta per National Novel Writing Month.
Un mese – novembre – e un obiettivo: scrivere cinquantamila parole di una storia. Sono 1667 al giorno. Mica bruscolini.
Il primo anno fu un massacro: era così difficile mantenere il ritmo e la costanza in vista del goal finale. Molto più semplice distrarsi, guardare gatti su internet e farsi prendere dal panico col passare dei giorni.
Però ci riuscii, anche se la storia poi è rimasta nel cassetto (c’entravano Gesù e Spongebob che facevano festa in paradiso). E l’anno dopo ci provai di nuovo. A dicembre avevo in mano circa metà di un romanzo e, soprattutto, mi ero divertita.
Le sessioni di scrittura non erano più un peso ma un’attività che faceva parte della giornata quanto lavarsi i denti.

Questo sarà il mio quinto NaNoWriMo, oltre a tre Camp NaNoWriMo (word count variabile, due volte l’anno, concetto analogo).
I romanzi sono diventati quattro, più un quinto in progress. Uno ha persino trovato un editore, pensa te.
E in tutto questo ci sono io che ormai macino un paio di migliaia di parole all’ora, che mi ritrovo con questo mostro abominevole di prima bozza tra le mani e mi entusiasmo nel revisionarlo.
Che scrivo davvero e mi diverto a farlo sempre di più.

Perché è vero, quelle 50mila parole scritte in un feroce abbandono scrittorio durante il NaNo di solito sono poco più che spazzatura. Metà vanno buttate, l’altra metà riscritte ma ehi, sono lì, ci sono e non ammettono scuse per lasciare le cose a metà.

Insomma, sarà pure solo un giochino scemo, una sfida con se stessi in cui non si vince niente (parliamone: ho conosciuto persone così carine durante il NaNo che mi viene da vomitare arcobaleni al solo pensiero) però è un toccasana per chi ha bisogno di imparare la costanza.

E ora scusatemi, che devo andare a fingere di lavorare mentre scrivo di due omaccioni che fanno cose in una forgia.

(Piton comunque è uno stronzo)
(No, seriamente, non fatemelo passare per anima candida: è uno stronzo)
(E non accetto che Remus e Sirius non abbiano concluso. Mph)