“Harry Potter and the Cursed Child”: no, non ne avevamo davvero bisogno.

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[ATTENZIONE SPOILER A MANETTA]

C’era una volta – tanto, tanto tempo fa – tanto, davvero – una Giovane Valpur circa diciassettenne. Questa Giovane Valpur, col suo cuoricino ancora tenerello e fatto di sugar&spice invece che di catrame, astio e ansia, nel riprendersi dalla prima, cocente delusione d’amore si dedica dapprima alla visione, quindi alla lettura delle vicende di questo maghetto che si chiama Harry Potter. Correva l’anno duemilaepochissimo e l’Ordine della Fenice non si era ancora affacciato alle librerie.
Sarebbe accaduto di lì a qualche mese e avrebbe segnato l’inizio di una tradizione breve ma intensa: aspettare l’avvento del nuovo capitolo della saga, chiudersi in camera al buio con solo una lucina e una scorta di dolci e divorare pagina dopo pagina – in un inglese all’epoca ancora un po’ zoppicante ma pieno di zelo e buone intenzioni – l’intero tomo prima del sorgere del sole.
Begli anni. La passione non cala e si incastra saldamente tra le fibre dell’essere della Sempre Meno Giovane Valpur, nonostante quel filino di delusione per l’epilogo molto meh.
Flashforward: 2015. O 2016, chi si ricorda. Comunque la Decisamente Non Poi Così Giovane Valpur apprende, insieme al resto del mondo, che ci sarà un’ottava storia ambientata nel Potterverse, “Harry Potter and the Cursed Child”. Protagonista la nuova generazione, quella pletora di marmocchi dai nomi che viaggiano tra l’imbarazzante e l’inquietante (“Ciao, ti chiami come il preside che mi ha manipolato per metà della mia vita e come secondo nome hai quello dello stalker di tua nonna morta MA TRANQUILLO TI VOGLIO BENE”) (Questo in effetti spiega parecchie cose che vedremo più avanti) figli di genitori illustri.
Non un libro, occhio: uno spettacolo teatrale che ha debuttato in quel della perfida Albione a inizio giugno 2016. In quei giorni su Twitter impazza l’hashtag #keepthesecret, ovvero un invito a chi avesse assistito alla premiere a non divulgarne la trama. L’internet risponde con una sonora pernacchia e iniziano a leakare informazioni.
Informazioni
deliranti.
Inquietanti.
Si parla di una figlia di Voldemort cugina di Cedric Diggory che è tipo un Mangiamorte.
Le grasse risate proprio: non poteva che essere una farsa, un modo bizzarro per depistare i curiosi. Figuriamoci, robaccia del genere manco nella peggiore delle fanfiction con le
Mary Sue Kattyve coi capelli di colori improbabili e il sangue di unicorno!
L’interesse dura il giusto; c’è chi ci crede, chi no, chi preferisce soffermarsi sulla scelta di un’attrice di colore per Hermione. Quest’ultimo sembra essere il problema principale, la maggior fonte di flame e litigate online. Posto che la qui presente ritiene che il problema non si ponga – teatro e cinema sono due media diversi e quindi sticazzi per il casting, se hanno scelto una tal attrice sarà ben la migliore per quel ruolo – e posto che la Rowling dovrebbe riflettere un paio di volte prima di rilasciare dichiarazioni online – capisco che il volemosebbene è cosa buona e giusta, ma definire sia Emma Watson che
Noma Dumezweni come “perfette per Hermione” mi fa sorgere qualche dubbio su una delle due – se ne sono lette davvero di ogni; razzismo spudorato o mascherato da purismo letterario, elucubrazioni sull’incarnato di Hermione brandendo il catalogo Pantone…
Oh, sweet summer children. Ma davvero pensavate che fosse QUESTO il problema reale di The Cursed Child?
Folli.
Giunge, nel mentre, la fine di luglio e con essa la release ufficiale dello script di “Harry Potter and the Cursed Child” sotto forma di libro. Hype per me non pervenuto: me ne fregava pochissimo, al punto da ricordarmene giusto allo sbarco a Gatwick vedendo le pile di libri in aeroporto.
“Ma sì”, mi sono detta. “Leggiamolo”.
Ora so. Ora capisco: quel disinteresse, quel dimenticarmi dell’esistenza stessa dell’opera era un tentativo del mio inconscio di proteggermi.

Perché, signore e signori, “Harry Potter and the Cursed Child” è una delle ciofeche più improbabili che io abbia mai letto. Sono davvero allibita da tanta bruttezza: se avessi avuto delle aspettative non so cosa sarebbe successo! No perché quelle voci, quelle informazioni ridicole erano vere.
Erano.
Tutte.
VERE.

Ora, immagino sia cosa nota la mia discreta esperienza in ambito di
fanfiction. Mi piacciono le fanfiction brutte, trash e demenziali. Ma innanzitutto sono gratuite, sono scritte per divertirsi e non c’è dietro un’autrice più ricca di Queen Lizzie che ci caccia questo scempio in mezzo al canon!

Ma andiamo con ordine.
Nell’approcciarsi a “Harry Potter and the Cursed Child” occorre tener presente che non è un romanzo ma uno script: niente descrizioni, solo dialoghi e poca introspezione. E meno male perché la poca che c’è fa venir voglia di percuotere i personaggi con una putrella di ghisa. Non sarà quindi della forma che mi lamenterò.
Il dramma è la sostanza: la trama è inconsistente e in costante contraddizione con i sette libri precedenti (con strafalcioni anche grossi che vedremo più avanti), i personaggi sono nella quasi totalità (una singola eccezione) simpatici come le emorroidi dopo un’indigestione di cibo messicano. I vecchi sono più OOC che IC, i nuovi sono insopportabili e campati per aria.

Il sipario si apre – è proprio il caso di dirlo – con la stessa scena che ci aveva salutati alla fine dei Doni della Morte: siamo al binario 9 ¾ e Albus si appresta a iniziare Hogwarts. Ansia da prestazione, non voglio finire a Serpeverde, vai tra figliolo che ti voglio bene lo stesso, e comunque lo stalker di nonna morta era Serpeverde. Sta’ sinz penzier.
A bordo dell’Espresso Albus (non chiamatelo Al che mi si incazza, oh) fa amicizia con l’unico personaggio che non ho desiderato schiaffeggiare con lo scopino del cesso per tutto il libro:
Scorpius Malfoy. Poraccio, con un nome del genere non poteva che saltar fuori un disagiato, e infatti Scorpius è un piccolo nerd sfigatissimo e scodinzolante che tutti odiano perché – rullo di tamburi – pronti al primo WTF del libro? – girano voci che sia figlio di Voldemort.
Let that sink in.
Figlio.
Di.
Voldemort.
Che si sa, Draco a quanto pare aveva la conta spermatica bassa e quindi Lucius ha mandato indietro nel tempo mamma Astoria per farla ingravidare da Voldemort.
No, questo almeno per fortuna non è vero, ma direi che si inizia a intuire il livello di WTFaggine del tutto.
Già in questa prima scena compare la mia nemesi, il mio odio incarnato: Rose Weasley (ah, facciam finta che sia figlia unica, che tanto Hugo non viene mai neanche nominato. Idem per James e Lily jr. che vengono citati di sfuggita ma in realtà sono dei cartonati). La figlia di Hermione – della coraggiosa, egualitaria e battagliera Hermione – se ne esce con “Albus, non puoi sederti con lui, è un Malfoy! Che schifo! Dovrebbe avere una fila di sedili per quelli come lui bleah!”.
Rose che è sostanzialmente un pregiudizio ambulante, che dà retta ai pettegolezzi e diventa una bulla non riesco ad accettarla. Per fortuna Albus e Scorpius diventano amici (e già da pagina tre io tifavo per il limone che non c’è stato) (La Rowling è stata vigliacca in più di un senso e ne parleremo dopo) e il Cappello li smista entrambi a Serpeverde.
Qui parte il dramma. Albus ha i complessi di inferiorità e quindi inizia a odiare suo padre. Che nel frattempo è regredito ai quindici anni urlanti e scleranti dell’Ordine della Fenice, perché nel corso della storia fa e dice cose ORRIBILI (tra cui ammettere che a volte vorrebbe che Albus non fosse figlio suo o gridare in faccia a Sua Maestà Minerva McGranitt “Che cazzo ne sai tu di figli che non ne hai mai avuti”. Io ero sconvolta).
Gli anni passano in fretta e non ci si sofferma troppo: spettacolo teatrale, tempi contingentati eccetera. No problem.
La trama prosegue con Albus e Harry che si odiano sempre di più, Ginny non pervenuta, Ron che ogni tanto salta in scena solo per ricordare che esiste e altro nonsense assortito. Mamma Astoria muore e la cosa viene smaltita in tre righe, e ok che è uno script e non un libro, però insomma, così è davvero squalliduccio.
Il trigger per l’intera vicenda è la comparsa del vecchio Amos Diggory e della sua badante-nipote
Delphini (no ma bel nome anche tu eh). Amos chiede a Harry di tornare indietro nel tempo con la Giratempo scoperta in possesso di Theodor Nott per salvare Cedric durante il Tre Maghi. Harry ha un guizzo di buon senso e gli dice che dev’essere la senilità a parlare, ma accusa il colpo. Albus nel mentre fa amicizia con l’ultraventenne Delphi e i suoi capelli argentati e blu. L’odore di fanfiction si fa sempre più intenso ma andiamo avanti.
Delphi si offre di aiutare i due pischelli – Albus e Scorpius, il fido sidekick – a recuperare suddetta Giratempo: devono solo fuggire dall’Espresso di Hogwarts e correre in ufficio da Hermione – Ministro, lo sappiamo – che custodisce l’ultima Giratempo.
E qui piovono
WTF come se non ci fosse un domani. Prima la strega del carrello dei dolci si scopre essere un mostro secolare messo lì per impedire agli studenti di scendere dal treno; pare che i Malandrini e Fred&George ci avessero provato… ma non ha senso. Suddetta strega infatti è una creatura mostruosa con tanto di artigli affilati pronta a scagliarsi contro gli studenti; buttata lì così dopo sette libri non regge, soprattutto perché Albus e Scorpius non mettono in atto chissà che stratagemma. Si limitano a saltar giù dal treno e ciaone. Si rimane lì così, un po’ appesi, di fronte a queste trovate troppo facilone, diciamo pure stupide.
Stupidità che troviamo anche – incredibile – in Hermione. Hai un manufatto che doveva essere stato distrutto e cosa fai? Lo nascondi. In ufficio. Lasciando in giro millemila indizi e sciarade per far sì che venga trovato. Sbaglio o non ha senso? Così come è ridicolo far saltare fuori della Polisucco (ricordiamo, una delle pozioni più lunghe e difficili da produrre, con potenzialmente effetti indesiderati gravissimi) dal taschino di Delphi per permettere ai due ragazzi di infiltrarsi al Ministero.
Long story short, Albus e Scorpius iniziano a fare avanti e indietro nel tempo per cercare di:
-salvare Cedric;
-no, cazzo, se lo salviamo non nasce Rose!
-però aspetta, se lo umiliamo per non farlo arrivare in fondo alla terza prova si prende male e diventa Mangiamorte;
-aspetta aspetta stiamo incasinando l’universo.
Sì perché questi due deficienti viaggiano nel tempo un numero improponibile di volte, visitando ogni volta un universo differente e terribile: c’è appunto quello in cui Rose non è nata perché Ron è rimasto con la Patil e Hermione è diventata una professoressa acidissima perché zitella, c’è quello in cui ha vinto Voldemort e tutto invece che essere creepy e spaventoso è imbarazzante.
La Rowling – o più probabilmente i suoi coautori – fa un casino pazzesco con i viaggi nel tempo. Sembra di essere in quella puntata dei Simpson in cui Homer sbaglia a riparare il tostapane.
Saltabeccando tra un passato diverso e un futuro alternativo salta fuori che Delphi, nell’ordine:
-non è nipote di Amos Diggory;
-adesca i minorenni (è super inquietante il suo atteggiamento verso Albus, giuro);
-fa dentro e fuori da Hogwarts senza che nessuno si ponga il problema di un’ultra ventenne sconosciuta in giro per i corridoi;
è figlia di Voldemort e Bellatrix (chiediamoci tutti “ma quando cazzo l’ha partorita?”), allevata da Rodolphus Lestrange (che di preciso quando sarebbe uscito da Azkaban, visto mi risulta sia stato arrestato dopo la Battaglia di Hogwarts?) in quanto importantissima per una profezia che parla del ritorno di Voldemort (sì ma profezia fatta DA CHI? QUANDO? COSA?) e bramosa di conoscere il vero padre.

Dai, su. Vi lascio qualche minuto per immaginarvi il coito. Divertitevi. Una roba tipo l’hawkward hug a Draco alla fine dell’ultimo film ma senza vestiti.
Se avete finito di vomitare possiamo tornare a noi.
Da un lato abbiamo Albus e Scorpius che fanno cazzate, dall’altra i genitori che cercano di metterci una pezza. Delphi è tornata di nuovo indietro nel tempo fino al 1981 per uccidere Harry e “salvare” Voldemort dal rimbalzo dell’Avada Kedavra, facendosi da lui conoscere; i due pischelli la seguono e gli adulti fanno altrettanto.
Perplessi?
Ne avete tutte le ragioni. Come fanno Harry&Co. A tornare indietro? C’è solo una Giratempo, l’ultima, quella di Nott!
Ahahah. No.
Deus ex Machina! Yeeee! Draco fa un gioco di prestigio e salta fuori che aveva pure lui una Giratempo in soffitta ma figa eh, tutta d’oro, subacquea e coi brillantini.
No ma tranquillo, ha tutto perfettamente senso.
I nostri eroi si incontrano nel 1981, neutralizzano l’inutile Delphi e non salvano James e Lily senior perché far casino col tempo non è una buona idea. Duecento pagine e ci siamo arrivati finalmente.
In teoria – e anche in pratica perché basta prendere i libri e LEGGERE le prime pagine scritte chiaramente – a Godric’s Hollow, nel prosieguo della scena chiaramente mostrato nella storia, sarebbero dovuti saltar fuori anche Hagrid e Sirius ma niente, non pervenuti.
Il tutto finisce a tarallucci, vino, amore paterno, abbracci e testicoli che rotolano in lontananza.

Vi sembra confuso questo riassunto? Lo è perché tale è il materiale di partenza. Ho tralasciato qualche dettaglio per concentrarmi sul succo della trama, ma fidatevi, non migliora la situazione.
“Harry Potter and the Cursed Child” è problematico su settantordici punti di vista, ma dopo aver mostrato cosa non va nella trama mi soffermerò sulle due note più dolenti.
Innanzitutto i personaggi.
-I giovani sono, come dicevo, trascurabili se non antipatici. James, Hugo e Lily non compaiono, cosa strana perché andando a esaminare i primi tre anni di Albus a scuola avrebbe dovuto interagirci. Ma va bene, va bene, script e non libro, tempi ristretti, quello che volete, ma a casa mia questa si chiama pigrizia. Sciatteria. Scorpius è carino, è tenero e mi sta simpatico; forse i Malfoy sono l’unica nota positiva nell’intero romanzo. Albus è forzato, tormentato per forza, mai soddisfatto, mai capace di porsi obiettivi. È semplicemente antipatico e sono felice di non doverne leggere mai più. Rose è un problema grave per i motivi che ho già espresso. Al di là del suo essere “figlia di”, Delphi non è caratterizzata; è piatta, poco interessante sia come cattiva che come personaggio con cui provare a empatizzare. Lei e i suoi stupidi capelli e il suo tatuaggio pacchiano: non bastano gli accessori per renderti affascinante, cocca.
-I vecchi… dove sono? Tolto Malfoy che mostra di essere cambiato ed evoluto (è un buon padre e mostra di avere un cuore, anche se il cervello non è pervenuto. Una Giratempo in cassaforte per tutto quel tempo? Ma sei serio?) gli altri sono terribili. Harry è un padre inqualificabile, uno che regala al figlio maggiore il suo fichissimo Mantello dell’Invisibilità e al mediano la copertina sgualcita in cui è stato deposto davanti a casa Dursley. Lily si sarà beccata un fazzoletto usato, immagino. Io capisco tutto, l’essere orfano, il peso delle responsabilità… ma questo ritorno al peggio di sé, pronto a insultare chiunque tenti di aiutarlo o gli dica che forse non ha sempre ragione mi è risultato alieno, lo stridio di unghie sulla lavagna. Ron, il leale, coraggioso Ron che accetta di essere il secondo perché il suo amico ha bisogno di lui, si è trasformato in un minchione che fa battute fuori luogo e parla solo di cibo, proprio da miglior – no, anzi, peggior – tradizione ficcynara. La meravigliosa Hermione regge nella cornice dell’opera, nel “presente” effettivo in cui la vicenda si snoda e nella sua versione ribelle nell’universo alternativo “Voldemort vince”, ma la professoressa zitella è offensiva. In uno dei mondi possibili, ve lo ricordo, non sposa Ron che invece si riproduce con la Patil e Hermione rimane da sola diventando una stronza peggiore di Piton… e il tutto perché non ha sposato Ron. Tutto qui. Il suo valore come donna adulta è determinato dal rapporto con un uomo, non da ciò che è – intelligente, caparbia, geniale, pronta a tutto per chi ama – no, è Ron a renderla meritevole di stima. Lasciata da sola diventa una cafona. L’ho trovato ripugnante. A Ginny non va meglio: la combattente di fuoco dei libri (già smorzata e trasformata in noia a pedali nei film) diventa una mamma noiosa e lasciata in un angolino a far la calzetta o poco più. Era l’occasione per farle spaccare qualche culo ma non sia mai che si sottragga screen time all’eroe protagonista.
Gli altri della vecchia guardia, soprattutto Piton e Silente, sono stati piazzati lì per mero fanservice e per ricordarci che ehi, Piton era BUONO LUI AMAVA LILY ERA UN SANTO. No, non è vero, era un uomo di merda che ha rovinato l’esistenza a un bambino la cui unica colpa era di essere figlio delle persone sbagliate. Che poi si sia comportato da eroe è un dato di fatto, ma non facciamo passare Piton per paladino immacolato che anche no.

E adesso passiamo a un altro, immane problema di questo libercolo: queerbaiting. Albus e Scorpius hanno tutte le caratteristiche della coppia. Pagina dopo pagina ci vengono presentati come sempre più legati, spesso in maniera anche “imbarazzante” per loro stessi (sono molto “fisici” nel dimostrare il reciproco affetto). Hanno una bella relazione solida al cui confronto le cottarelle per Rose – da parte di Scorpius – e Delphi – brrrr, da parte di Albus – risultano slavate e messe lì giusto per far capire che oh, non sono mica ghei.
Ma che male c’è? La Rowling, con tutto il bene che le voglio, è una gran vigliacca che ha evitato accuratamente di inserire orientamenti sessuali diversi dalla palese eterosessualità nei suoi main characters, salvo pararsi il culo in corner a saga finita con “Silente è gay”. Ok, va bene, hai sbagliato una volta ma puoi rifarti, puoi regalarci uno spiraglio di arcobaleno in quest’opera nuova.
E invece niente. Scherzone. Tutti etero e amici come prima.

Vedete, “Harry Potter and the Cursed Child” non è solo brutto e pieno di buchi di trama. “Harry Potter and the Cursed Child” è fastidioso, è goffo e raffazzonato, pieno di ingenuità che mi aspetterei da una Valpur diciassettenne che scrive di quel Remus innamorato di Sirius che va a recuperarselo nell’Inferno Dantesco (giuro, l’ho fatto). Che mi aspetterei da noi fanwriter col gusto del trash o semplicemente giovani e naif e poco professionali.
Non dalla madre di quest’universo. Non dalla Rowling.
Non comprate questo libro, davvero.
Ci sono storie più belle lì fuori, mondi immaginari in cui il Potterverse è rispettato e trattato come merita.
Perché quest’ottava storia sarà pure canon, ma è così brutta che mi è venuto il reflusso gastroesofageo.

… e poi il problema era Hermione nera.
Bof.

Dov’eravamo rimasti – “Lo Hobbit” alla fine è molto peggio di quanto sembri

Nuovo appuntamento per la rubrica “Dov’eravamo rimasti”.
Che questa volta si potrebbe sottotitolare “Ridatemi i miei soldi”.
Illo tempore – un paio d’anni fa scarsi – recensivo così “La desolazione di Smaug”, secondo capitolo cinematografico di quella puttanata abissale della trilogia de “Lo Hobbit”.

Mi sono incaponita, ho pestato i piedini e ho ottenuto, ieri sera, di andare a vedere “Lo Hobbit-La desolazione di Smaug”. Perché non avevo voglia di aspettare oltre, di rischiare gli spoiler e perché sono fondamentalmente una bimba capricciosa.
L’Arcadia di Melzo è un cinema noto per avere lo schermo più grande d’Italia se non proprio d’Europa. E questo ha avuto un gran peso sul mio livello di godimento dello spettacolo.
Overall, il film mi è piaciuto molto più del primo. Non è perfetto e, mi duole dirlo, i difetti sono gli stessi di “Un viaggio inaspettato”; solo che sono meno marcati, meno goffi. Ci sono tanti pro e parecchi contro, ma i pro sono di più.
PRO:
-l’estetica. Santi numi, è un orgasmo visivo continuo. Io tendo a odiare dal profondo il 3D, mi annoia ed è spesso grossolano; in questo caso, complice anche lo schermo superfichissimo, è stata un’esperienza pazzesca. Gli occhialini erano un po’ scarichi, verso la fine, ma con due manate si assestavano bene. A parte una singola sequenza abbastanza awkward (l’inquadratura che si sofferma sui polpacci e sulle cosce atletiche di Thranduil che ok, ho apprezzato, ma non serviva davvero) non ho notato nulla che mi facesse storcere il naso. E non era così scontato, visto che Jackson ogni tanto piazza nei suoi film scene orride (ciao, Galadriel verdolina, e ciao, Pipino che sbabbia col Palantir, e ciao anche a te, Radagast con l’erba pipa). In più di un’occasione ho trattenuto il fiato e battuto le manine per l’esaltazione. Bilbo che spunta dagli alberi è meraviglioso nel senso più completo del termine, i panorami sempre mozzafiato anche se, per fortuna, meno “guida turistica della Nuova Zelanda” rispetto al primo film.
-La recitazione. Nulla da ridire, quasi nessuno dei personaggi è risultato imbarazzante e farraginoso. Con dei picchi di vera e propria poesia: Thorin (meno monolitico, tormentato, quasi sgradevole agli occhi dei suoi stessi compagni mentre l’avidità emerge da sotto quel mantello di pelliccia e maestà; il film è molto Thorincentrico rispetto al libro ma ehi, Richard Armitage è talmente bravo –ho detto bravo, non quarto di manzo, anche se- che non mi lamento), Bilbo (adorabile, coi suoi piccoli tic, le espressioni che avrei potuto avere io di fronte a certe uscite, la paura visibile e il coraggio nonostante tutto… Martin, tesoro, voglio abbracciarti forte ma mi manderesti affanculo), Thranduil (io gli elfi li odio, si sa, ma cazzo, questo è un re. Spregevole, freddo, strafottente, assurdamente altero ed elegante. E poi ha titillato il mio kink per le cicatrici e le mutilazioni, non me lo sarei mai aspettato), Dwalin e Balin (granitici entrambi, ben lontani dalle macchiette che erano stati nel primo episodio. In realtà un po’ tutti i nani sono più seri e credibili, ma gli altri restano sullo sfondo). Kudos a quasi tutti.
-SMAUG. Sto male, malissimo: Smaug è la perfezione fatta drago. Non solo, con mia grande gioia da criptozoologa, ha il numero giusto di arti per un vertebrato, ma è perfetto. Movimento fluidi e letali, mani mostruose ma quasi umane a sostenere le ali (afferra cose, gesticola), un muso che non è il solito da T-Rex anoressico ma che è una faccia, che fa smorfie ed è espressivo. E gli occhi! Quella scena iniziale in cui si apre la palpebra e la membrana nittitante (quella verticale) scorre sulla superficie gialla è stata un giggle continuo, per me. Nella sua agilità, comunque, si nota come sia ben consapevole di trovarsi in uno spazio chiuso e di come questo lo limiti. Vederlo emergere dal mare di oro fuso (che è stata un’idea davvero del cazzo, Thorin; e poi ti chiedi perché non sei ancora re) mi è piaciuto da morire.
-Tutta Erebor. La scenografia richiama abbastanza i fasti di Moria da far scattare il riconoscimento del tipo di architettura ma non li scimmiotta. È di più, più grande, più inutilmente alto, più intatto e triste. I cadaveri di nani mezzi mummificati mi hanno colpita, non solo come plot device (Thorin che non intende morire rintanato in una stanzetta) ma per il silenzio che ha fatto seguito alla loro scoperta. Gimli, quando entra nella tomba di Balin, grida di dolore. I nani della compagnia di Thorin hanno già vissuto –direttamente o quasi- quegli orrori. Non se ne stupiscono, purtroppo.
-I ragni. A me piacciono molto gli aracnidi, non ho mai avuto paura a maneggiarli e anzi mi affascina il modo in cui si muovono e in cui camminano sulla pelle. Ma quelli di Bosco Atro mi hanno messo i brividi! Tanti, troppi, non grasse tarantole ma mostri con zampe lunghe e bocche poco ragnesche ma davvero spaventose. Il modo in cui spawnavano giù dagli alberi, in cui ovunque guardassi non c’erano rami ma zampe… mamma mia. Che figata.
E ora passiamo ai contro. In effetti forse non sono di meno come numero, ma quasi tutti sono problemi che non mi hanno guastato la visione.
CONTRO:
-Tauriel. Lei è il quasi. Eh, lo so, io partivo orrendamente prevenuta. Un personaggio che non doveva esserci, ridondante e poco plausibile, la palese trasposizione cinematografica della Mary Sue della figlia di Jackson. La realtà si è rivelata ben peggio delle mie previsioni. Evangeline Lilly è una cagna maledetta (cit.) che fa il giusto paio con quell’altro ciocco di mogano che è Orlando Bloom. Già questo mi basta a rovinare il film, visto che ha più screentime di Gandalf. È onnipresente e tutti la amano e c’ha i poteri da guaritore (Elrond inarca un già arcuatissimo, nobile sopracciglio) ed è ribelle e Thranduil è gentile praticamente solo con lei. Raggiunge vette di pateticità imprevedibili, tipo quando strappa di mano la foglia di re Bofur, ripete ventordici volte “athelas” ferma sulla soglia e poi “sto per guarirlo”. Cioè, siamo ai livelli dell’infelice battuta “pare che sarò sconfitto” del re dei Goblin. È sempre fuori luogo, si vede che non ha nessunissima attinenza con la trama e l’intero subplot che la vede protagonista mi fa venire la gonorrea. E a tal proposito…
-Kili. Mi piange il cuore perché l’interpretazione in sé non è stata affatto malvagia, Aidan Turner sembra meno un cretino e il saluto di Thorin al nipote, con Fili che decide di restare con il fratellino nonostante sia l’erede al trono di Durin, è una scena commovente. Ma non serviva! Ammetto che vedere un bel giovanotto coi capelli lunghi che si agita, sudato e sconvolto, tra le lenzuola è uno spettacolo notevole, ma quella mezz’ora buona di film è proprio quello che allunga inutilmente il brodo. E poi la mezza love story con Tauriel mi fa vomitare bile. Ho anche il fortissimo timore che la Battaglia dei Cinque Eserciti comprenderà una scena nauseabonda in cui Kili muore tra le braccia di Tauriel. Continuo a sperare che sia lei a fare per prima e lontano dagli occhi di tutti una fine imbarazzante, tipo sommersa da una frana causata da uno scrollone dei suoi lunghi capelli, oppure che Fili e Kili muoiano vicini, cercando di prendersi la mano . Ma mi sa che no.
-Luca Ward. Mi ero illusa, guardando il trailer, che il doppiaggio non fosse male. Mi sono tristemente ricreduta. La voce di Smaug non è male in sè, è la cadenza, l’enfasi su certe parole che probabilmente in inglese e con i toni strappamutande di Benedict Cumberbatch aveva un effetto, in italiano invece è solo strano, stonato, con un ritmo incostante. L’intero doppiaggio, in realtà, mi è parso sotto il livello del primo film: Proietti ha meno brio e, ma forse è una mia impressione, la sua voce è un filo troppo alta rispetto alle altre, le voci sono più piatte… mah.
-Beorn. Nicholas Cage col trucco del Grinch. Non male a livello di caratterizzazione (non è un buffone o un ciccione bonaccione, è una bestia e mi piace; bellissime le api che svegliano Bilbo!) ma sul piano estetico l’ho trovato proprio pessimo.
-Le scene d’azione. Ecco, questo problema lo avevo notato anche nel primo episodio, che non avevo visto in 3D. Le scene più concitate sono sempre e comunque confuse, arruffate, mi fanno andare assieme la vista. Potrebbe essere un effetto della miopia ma comunque va a finire che mi rovina l’effetto. Che poi, vabbe’, i combattimenti sono tutti troppo lunghi e barocchi, con scene alla Pirati dei Caraibi di cui facevo anche a meno. Cioè, un po’ mi va anche bene (Bombur che combatte dal barile era carino, anche se non ho mica capito come mai prima suddetto barile era in frantumi e poi era di nuovo intero…) ma certi punti erano stiracchiati.
Insomma, non è un film perfetto. Anche perché, oltre ai pro e ai contro, ci sono anche i meh:
-gli orchi. Io li amo selvaggiamente, anche se Azog è un’aggiunta poco meno campata in aria di Tauriel. Sono brutali e scenografici (Azog ogni volta che arriva in scena si mette in posa plastica) (e comunque io lo shippo fortissimo con quell’altro orco, Bolg o come si chiama), ma si vede tantissimo che l’espressività non è la stessa che avevano nel Signore degli Anelli. Colpa della CGI, che è ottima ma che, almeno per me, non sostituisce degnamente le facce con le protesi.
-Sauron. Fichissimo l’effetto della sagoma nera nelle fiamme che diventa l’Occhio, sia come idea che come realizzazione, ma bho, non ce n’era bisogno. Ho già brontolato su quanto non mi piaccia l’aggiunta del tema della guerra in una storia che non ha nulla a che vedere con tutto questo, quindi non mi dilungherò.
-Bosco Atro. La foresta sembra troppo Fangorn, non ha carattere; si salva per la scena delle farfalle e per i ragni. Mi ha un po’ delusa la parte dei “palazzo” di Thranduil. Mi aspettavo un qualcosa di più simile a Lothlorien non come aspetto ma come “presentazione”. Non ha magia, non è in alcun modo particolare e non mi ha impressionata. Gli elfi ubriachi non si possono vedere, comunque.
-La famigliola di Bard. C’era davvero bisogno dei figli? Non fanno nulla di notevole e stanno sostanzialmente lì a occupare spazio. Continuo a non spiegarmi, poi, perché i responsabili del casting si ostinino a mettere Luke Evans e Orlando Bloom nello stesso film. Ok che il primo non è il già citato ciocco di mogano, ma si somigliano di brutto! L’orrido parruccone di Legolas però aiuta, in questo senso.
Quindi sì, in conclusione il film mi è piaciuto. Mi sono divertita un casino anche se almeno in tre occasioni ho bestemmiato, mi sono tolta gli occhiali e mi sono trattenuta dal lanciare le scarpe allo schermo. Ho anche ringhiato per una buona mezz’oretta.
E sono certa di essermelo goduto più del primo perché avevo aspettative più realistiche. Il prossimo film, comunque, vado a vederlo vestita da orco.

Passa un anno circa, esce il terzo film, “La battaglia delle cinque armate”.
Che già a voler essere pignoli la traduzione è una MERDA. Gli faceva schifo optare per un correttissimo e coerente con la traduzione italiana “eserciti”? Lo schifo, ahimè, è appena all’inizio.
Diciamo che questo terzo capitolo della trilogia sono andata a vederlo che era uscito da un bel po’, vagamente nauseata e con poco entusiasmo. In sostanza mi aspettavo una merda, ma non una merda così grave.
Facendo un po’ il punto della situazione, anche quelli che avevo definito “pro” sono venuti a mancare. A livello grafico mi è venuto il mal d’auto: troppa CGI brutta, ma brutta al punto che sembrava di stare nell’intro di un videogioco del primi anni Duemila. Schiere e schiere di elfi tutti uguali, con le faccine un po’ sgranate e nessun lineamento reale, effetti pacchiani, eccessivi e Legolas.
Legolas che già aveva rotto il cazzo a fare snowboard sullo scudo al Fosso di Helm, ma qui sfida direttamente la gravità senza neanche provare a dare un senso al tutto.
L’insieme è pupazzoso, davvero poco elegante se confrontato con le centinaia di comparse reali schierate davanti a Minas Tirith o alla delegazione di Loth Lorien che ok, era marziale, era uniforme ma si vedeva che erano persone diverse e non uno stampino ripetuto a oltranza.
Due ore abbondanti di gente che si mena e neanche mezza goccia di sangue. I figli di Bard che mannaggialclero non sono morti.
Alfrid. Non ho capito perché la gente continuasse a fidarsi di lui. Con tutto l’amore per Ryan Gage (ed è tantissimo amore) ogni volta che mi compariva sullo schermo mi partiva uno “ggggggnnnnn” di puro tedio.
La morte di Fili e Kili, che poteva essere un momento di assoluto strazio (ammetto che la dipartita di Thorin non è stata malaccio, ma il merito è di Richard Armitage e Martin Freema, non di quel cialtrone di Jackson) e invece… e invece TAURIEL.
Lo so che sono monotona, ma qui si raggiungono delle vette di lirismo assoluto.
“COS’E’ FA MALE LEVAMELO”.
No, minchiona. A te solo calci nelle gengive. Che dovevi essere quella buona e caritatevole e invece in mezzo agli sfollati di Pontelagolungo l’unica cosa che sai fare è scuotere le chiome, far venire il durello a Legolas e spogliarti Kili con gli occhi. Non preoccuparti della gente che muore tutt’attorno a te, figurati, che quella storia de “è anche la nostra guerra” vale solo quando vuoi un po’ di sano sesso interraziale.

Cosa si salva, nel complesso?
Il trash.
Nel mare magnum di pura merda che è il film persino il pacchianissimo intermezzo con il Bianco Consiglio, in cui Galadriel torna a fare l’imitazione verdognola di Samara, risulta divertente. Assurdo, fuori luogo, scandaloso ma divertente.
E poi si salvano quelle cosucce da fangirl che vuole disperatamente una sitcom su Bard e Thranduil coppietta isterica.
Però basta. Insomma, per tanto così me ne stavo a casa a riguardarmi le puntate di Spartacus.

Sono passati mesi. “Lo Hobbit” mi è stato propinato in loop su Sky, alternato alla trilogia del Signore degli Anelli con conseguente impietoso confronto.
E allora perché rosico ancora così tanto? Basta, è finita, la trilogia nuova è abbastanza diffusamente considerata un flop e Jackson non potrà più mettere le mani su alcunché di Tolkien.
Eppure io rosico, sì. Perché mi aspettavo grandi cose, perché quando uscì LotR ero giovane e neanche remotamente infoiata come adesso. Volevo rivivere quelle emozioni, amplificate da anni di fangirlismo senza scrupoli, e invece niente.
Ho provato ad aggrapparmi a quanto c’era di buono ma non è bastato, quindi mi tengo le pive nel sacco.
Anche perché non mi hanno fatto vestire da orco per l’ultimo film.
Sono molto offesa.

Tauriel puzza.